suoi funerali si trasformarono in una spontanea dimostrazione di amore popolare per il poeta e per l’uomo: oltre duecentomila persone seguivano il suo feretro. L’opera poetica e teorica del Carducci fu profondamente popolare; sino alla fine della sua vita egli si fece sentire con discorsi e scritti politici, ebbe ideali e personali rapporti con molti uomini pubblici d’avanguardia del suo tempo. In gioventù Carducci scrisse tre poesie nelle quali esaltava i rappresentanti della dinastia Savoia, il re Carlo Alberto, quindi anche suo figlio Vittorio Emanuele, vedendo in loro erroneamente i capi del popolo italiano che combatteva contro gli austriaci, i francesi e i papalini. Il giovane Carducci magnificò quelle illusioni, le quali, allora, erano proprie a molti rappresentanti del movimento democratico borghese in Italia. Ma questi errori giovanili svanivano intorno agli anni ’60 allorché il poeta capì quale parte proditoria rappresentasse la monarchia. Da allora Carducci diventa re-pubblicano — ed era appunto il repubblicanesimo la base ideale dell’opera progressista del poeta. I critici e i biografi reazionari del Carducci, ignorando il vero carattere della sua opera e i fatti più importanti della sua vita, molto volentieri parlano di una tardiva « riconciliazione » del poeta con la monarchia e con le sue forme liberali. Effettivamente Carducci scrisse poesie in onore della regina Margherita e nel 1890 accettò di essere senatore del regno, pur-tuttavia non ci sono motivi per esagerare il significato di queste titubanze del Carducci e considerarle come convinzioni conservatrici del poeta già inoltrato negli anni e pressoché al tramonto della sua esistenza; secondo un'immagine di A. V. Lu-naciarskij, « il vegliardo come al solito tuonava di quando in quando e ogni volta la impudente fronte dei politicanti, dei ciarlatani e dei pedanti impallidiva, sentendo il ruggito del vecchio leone garibaldino ». Negli anni giovanili Carducci condivise con Garibaldi la sua fede entusiastica nella giustizia e nella forza del popolo italiano che combatteva eroicamente nel corso di decenni contro l’invasore straniero e contro la reazione interna. Più tardi Carducci condivise con Garibaldi anche l’amarezza di una vittoria incompleta: al posto di un’Italia repubblicana, per la quale in fondo avevano combattuto i patrioti, sorse una monarchia borghese-padronale che conservò al clero la propria influenza, ai feudali i loro privilegi e che andava spianando la strada al capitalismo. Garibaldi, pur nella contraddizione delle sue vedute, ebbe simpatie per la Comune di Parigi e definì la I* Internazionale come « il sole dell’avvenire ». A sua volta Carducci, negli anni '70, entrò nella sezione italiana della I” Internazionale. I biografi borghesi del Carducci, si sa, non mostrarono mai alcun interesse per questa tappa importante nella vita del poeta e passarono sotto silenzio le sue simpatie per il movimento operaio. Carducci certamente non dovette godere di eccessiva stima presso le classi dirigenti se venne il tempo in cui appunto la critica borghese diede origine al « movimento anticarducciano ». Ma la popolarità di Carducci tra gli italiani era enorme e i suoi veri ammiratori furono le masse lavoratrici e gl’intellettuali d’avanguardia che, con gli anni, apprezzarono sempre più il loro poeta. 2 La prima raccolta di poesie di Giosuè Carducci (« Rime », 1857) passò inosservata: troppo evidente era l’imitazione nei primi tentativi del futuro maestro. Ma Carducci ben presto trovò una sua personalissima strada. Nelle sue poesie del 1850/60, seguendo le tradizioni della poesia rinascimentale, egli esordiva come cantore di una percezione « pagana » del mondo e come acceso avversario non solo della chiesa cattolica, ma della religione cristiana nel suo insieme. La sua concezione « pagana » ed « anticristiana » del mondo, in definitiva materialistica, Carducci la espresse con molto coraggio nell’inno «A Satana» (scritto nel 1863 e pubblicato con uno pseudonimo nel 1865), inno, col quale ebbe inizio precisamente la sua fama di poeta. In questa poesia Carducci, servendosi dell’immagine di Satana come simbolo della «ragione vendicatrice», mette va sotto accusa il cristianesimo che per secoli aveva soffocato il libero pensiero e che era entrato in inconciliabili contraddizioni con il progresso materiale e spirituale dell’umanità. Non è difficile capire 38