quale larga risonanza abbia avuto quest'opera del Carducci nel paese dove ancora non era stato spezzato il potere temporale del papa, nel paese dove il più grande dei poeti rivoluzionari italiani della fine del XVIII secolo e inizio del XIX, Ugo Foscolo, conservava una fede incrollabile nel cattolicesimo, nel paese dove persino il teorico della « Giovane Italia », il repubblicano Giuseppe Mazzini, devotamente rispettava la religione cristiana; sua è la parola d’ordine: « Dio e popolo ». Come irriducibile nemico del Vaticano, e talora come ateo combattente, il Carducci si mostrò anche ulteriormente tanto nei suoi limpidi versi lirici quanto nei suoi saggi e articoli. E a questa posizione il poeta restò sempre fedele, essendo fervido sostenitore di Garibaldi, il quale come è noto, affermò nella tarda vecchiaia: « ...In ogni mio scritto io ho sembre attaccato il pretismo... E cotesta ultima nera genia, gramigna contagiosa dell’umanità, cariatide dei troni, puzzolenta ancora di carne umana bruciata... ». E nessuna argomentazione della fraseologia religiosa non muta il carattere ateo della creazione del Carducci il quale, persino sul letto di morte, sprezzantemente respinge qualsiasi riconciliazione col Vaticano e con la religione in genere. « L’elemento essenziale della poesia del Carducci fu il patriottismo rivoluzionario. Tutto il resto scaturì da lì... Non è facile trovare chi abbia dimostrato, con la stessa forza del Carducci, quale schietta e nello stesso tempo ricca personalità possa avere un poeta-tribuno », scriveva A. V. Lu-naciarskij. La poesia rivoluzionaria di Giosuè Carducci comincia ancora dai « Juvenilia », per prevalere poi più chiaramente nella raccolta « Levia Gravia », nei « Giambi ed Epodi », nel libro « Poesie » e « Nuove poesie ». Più tardi nella poesia del Carducci avviene un certo scadimento, pur-tuttavia esempi di poesia rivoluzionaria non sono rari nelle « Rime nuove » e nelle « Odi barbare » apparse in tre edizioni separate del 1877, 1882, 1889. Infine esempi di tale poesia si incontrano pure nell’ultima raccolta « Rime e ritmi » del 1899. Una parte rilevante di queste opere è ispirata alla lotta eroica del popolo italiano contro il potere temporale, « nemico del genere umano », del papa appog- giato alla reazione feudale italiana e alla Francia di Napoleone III. Carducci fu il poeta non solo del popolo che combatteva contro il papato ma anche del popolo che lottava contro gli altri nemici che dilaniavano il paese. Per molti anni Carducci fu l’interprete delle aspirazioni alla libertà della piccola borghesia radicale, dei democratici intellettuali d’avanguardia e, parzialmente, della giovane classe lavoratrice italiana nelle sue lotte col papa e coi feudatari, nella lotta contro gli invasori stranieri. Il poeta rivoluzionario dell’Italia non poteva non cantare Garibaldi, il popolare capo e condottiero. « Nella figura di Garibaldi l’Italia ha avuto un eroe dalla tempra antica, capace di compiere miracoli, che ha compiuto realmente miracoli », — scriveva F. Engels. Proprio in tale aureola eroica viene rappresentato Garibaldi nell’opera del Carducci. « Mai non pensammo forma più nobile d’eroe » — dice nei suoi versi il poeta facendo parlare Dante, rivolto a Virgilio e a Livio e con essi partecipando all’esaltazione di Garibaldi. Di una singolare popolarità godono pure ora in Italia per esempio queste poesie del « ciclo garibaldino » come « A Giuseppe Garibaldi », « Dopo A-spromonte », « A Giuseppe Garibaldi. 3 Novembre 1880 ». Carducci pieno d’ammirazione per Garibaldi non fu tuttavia il cantore soltanto della sua gloria personale, per quanto pienamente meritata. Il nome di molti altri eroi del movimento nazionale di liberazione sono diventati immortali grazie alla poesia del Carducci. Nelle sue composizioni noi troviamo pregevoli poesie pel capo della « Giovane Italia » Giuseppe Mazzini, piene di alto pathos per i giovani eroi Eduardo Corazzini e Goffredo Mameli, strofe solenni per l’eroica morte di Giovanni Cairoli, sdegnosi accenti per la condanna da parte dei papalini di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, o per la condanna, da parte degli austriaci, di Pietro Calvi ed in fine la poesia « Nel vigésimo anniversario dell’8 agosto 1848 » scritta in onore del popolo semplice che combatte, pieno di abnegazione e di eroismo, contro i nemici della patria proprio quando i rappresentanti della nobiltà e della grossa borghesia dimostrano la loro paura. 39