CITTÀ A TEATRO Note di Giuliano Parenti Fernando Trebbi Mario Artioli “Chi ha paura di Virginia Woolf ?„ di Albee Fare un discorso su un testo teatrale e soltanto sul testo, mi pare operazione incompleta e presuntuosa. Un po’ come parlare della forma separatamente dal contenuto e viceversa, come discutere sui primi venti versi d’una poesia di quaranta. E poiché in teatro la seconda metà della poesia si legge in palcoscenico, non mi riesce di prescindere dalla rappresen tazione non tanto intesa nelle sue dimensioni interpretative, quanto invece come collaudo in cui pregi e difetti prendono una consistenza misurabile quasi scientificamente. Così, globalizzate, le osservazioni su «Chi ha paura di Virginia Woolf?» di Edward Albee fatte durante lo spettacolo al Teatro Sociale di Mantova, mi portano ad alcune personali constatazioni: si tratta di una commedia di successo, scritta con incredibile abilità ed istinto scenico ma « giocata », più che strutturata, e velleitaria, più che originale. Irritante in de finitiva. Analizzando il successo e le probabili ragioni che l’hanno determinato, sono ten tato dal preferire subito quella più pacifica anche se più banale. Alludo ad una sorta di scurrilità ad alto livello per cui si deve riconoscere ad Albee il merito di aver intuito che un certo pubblico « bene » (quello che ordinariamente, o meglio oc casionalmente, riempie i teatri) nella misura in cui è insoddisfatto e mancante di solide mete e prospettive, coltiva volentieri il gusto per l’aberrazione raffinata e l’alibi delle conclusioni paravento. E dopo aver aggiunto la curiosità alienante che suscita il giovane autore, visto come « enfant terrible made in USA » e benedetto a piene mani da quel santone del sesso che è Tennessee Williams, mi pare interessante considerare, sepre in tema di espedienti al servizio del successo, un risvolto dal contenuto psicologico forse più decisivo ed amorale. E’ certamente vero che lo spettatore, dal momento in cui si siede sulla poltrona, si pone in uno stato di disponibilità e per il fatto stesso che spera di divertirsi ricerca attivamente, anche se inconsciamente, le ragioni che gli consentano di identificarsi con i protagonisti. A questo proposito i quattro coniugi offrono subito, con il loro reciproco ed atroce, anche se tecnicamente divertente, streap-tease morale, l’occasione propizia, ma non direi che forniscono allo spettatore la possibilità d’un riconoscimento nella finzione scenica del proprio accaduto. Lo invitano, se mai, a fruire d’un accadi-bile certamente morboso e segreto nel suo sub-cosciente. Come dire insomma che l’identificazione non avviene sul piano di verità che vibrino per forza di convincimento, ma su pessimi e fin troppo comodi lati della natura umana quali il cinismo ed il masochismo. Nell’un senso o nell’altro lo spettatore è come sollecitato ad ingigantire e ad occuparsi delle frustrazioni eventualmente presenti nel proprio rapporto coniugale o anche fuori di questo rapporto, ma che in quest'ambito volentieri si riacutizzano. (Che Albee abbia fatto un’indagine motivazionale sul pubblico prima di confezionare il suo spettacolo ?). Ho detto commedia velleitaria più che originale. In effetti la trovata artistica si fonda sull’invenzione di un figlio, ovvero sul tentativo 43