non riuscito di ingannare l’assurdo reale fino al ristabilimento, senza infingimenti, della naturale impotenza dell’ uomo. La « pirandellata » mi pare evidente, ma sarebbe un peccato veniale, del resto comune a molto teatro moderno, se riuscisse abbastanza significante. Forse le tesi di Pirandello, non sempre solide,, riuscivano a convincere perchè circolavano su veicoli solidissimi che avevano nome umanità e partecipazione: Pirandello era un uomo, uno di noi, e lo faceva sentire persino nelle sue costruzioni più fredde. Esportato oltre Atlantico come carne fresca, ci ritorna come bollito nel brodo di Freud, del matriarcato e d’una civiltà occidentale che va in pezzi per chi in pezzi ha mandato il proprio mondo morale e con i frammenti fabbrica statue alla moda per quel salotto letterario che è il teatro del nulla. Prima che il sipario si chiuda riecheggiano per l’ultima volta i versi della canzoncina: Chi ha paura di Virginia Woolf? e la protagonista, costretta di forza a vivere nella realtà, senza fantasmi, risponde « Io George, io ho paura di Virginia Woolf ». E intanto mi veniva da pensare che forse neanche Albee ha mai avuto paura di Virgìnia Woolf. Non può avere tempo di avere paura, deve scrivere commedie di successo, incassare diritti e sperare, sono parole sue, « in una lunga e soddisfacente vita nel teatro ». E, per quanto ci riguarda, anche noi abbiamo molte cose importanti da fare. - GIULIANO PARENTI [Edward Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf?, Bompiani, Milano], “Per il resto tutto bene,, di Artioli e Parenti Lo spettacolo recentemente allestito dalla Campogalliani, su un copione di Mario Artioli e Giuliano Parenti, è stato costruito attorno all’idea di una carrellata, attraverso gli ultimi cinquant’anni della nostra vita nazionale, che, partendo dalla prima guerra mondiale, arriva fino ai fenomeni tipici della società contemporanea: la questione delle frodi alimentari, la mafia, il neocapitalismo, l'oligopolio, l’integrazione industriale e la sterilizzazione delle coscienze (V. episodio finale della BAß BONA), dopo essere passata per la crisi dello stato liberale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, la resistenza, la caduta della monarchia, la repubblica, la ricostruzione, gli aiuti americani (compresi i missili a testata atomica). La rappresentazione — pur suscitando non poche perplessità sia all’interno, nell’opinione di alcuni componenti della stessa filodrammatica, sia all’esterno, nei giudizi di certo pubblico e di certa critica — ha riscosso tuttavia un grosso successo di partecipazioni. Ed è per questo, almeno, che, al di fuori di ogni commento sterilmente denigratorio (v. Resto del Carlino), o superficialmente comprensivo (v. Gazzetta di Mantova), pare necessario farne oggetto di un discorso possibilmente argomentato. Anzitutto occorre dire che la Campogalliani pensava da tempo alla possibilità di mettere in scena uno spettacolo per le scuole e pare probabile che la rappresentazione in questione abbia voluto un po’ rispondere, tra le altre, anche a questa vecchia idea. Se così stanno le cose, mi pare che lo spettacolo per le scuole non potesse sperare in una più lodevole scelta di argomenti. Allestire una rappresentazione che racconti, sia pure in maniera divertente, certe vicende della nostra patria storia e soprattutto quelle, mai abbastanza conosciute, del famigerato ventennio, è cosa estremamente utile per una popolazione scolastica come la nostra (ma solo per quella?), cui le notizie in proposito vengono ancora impartite con grande parsimonia e spirito di comprensione. Ma, com’è risaputo, ogni discorso fatto sul ventennio non manca mai di suscitare delle perplessità. E le prime perplessità nacquero all’interno della filodrammatica, nell’animo di coloro che ritenevano di non poter presentare, a teatro, uno spettacolo che facesse sul fascismo un discorso « co sì di parte ». Di qui, e si tratta del secondo punto di questa premessa, il compromesso, le difficoltà di realizzazione, i rimaneggiamenti. 44