Questo l'ho detto per arrivare all’ipotesi che il « recital », così caratterizzato, non si trova forse nelle condizioni migliori per sostenere una analisi severa Ciononostante, mi pare se ne possa parlare con profitto, dal momento che, pu>" con i limiti che diremo, il « recital » rappresenta un avvenimento interessante e un’idea di spettacolo che meriterebbe di avere qualche seguito. Ma veniamo pure ai limiti. Il lato più debole del recital mi pare stia, soprattutto, nelle relazioni che si stabiliscono tra i testi d’autore, da una parte; gli sketches, le ragazze annunciatrici, le lettere alla « Cara Elisabeth », le diapositive, dall’altra. Ciò è dovuto evidentemente al fatto che gli autori hanno voluto superare l’anonimia di uno spettacolo basato solo sulla recitazione dei testi (come pure sarebbe stato possibile mediante una regia intelligente), per dare al copione una impronta più personale ed anche, probabilmente, una maggiore varietà alla rappresentazione. Ma l’intenzione, se pure buona, li ha costretti a correre tutti i pericoli delle slegature e delle difficoltà di amalgama che la regia ha poi, a mio avviso, notevolmente accentuato almeno in qualche parte. Così, ad es., la voce fuori scena — quella che legge le cartoline scritte dal professore alla « Cara Elisabetta » — risulta piuttosto « radiofo nica », nonostante l'impegno del bravo Palmierini che ha fatto del suo meglio per ridurre questa sgradevole sensazione ampiamente avvertita anche dal pubblico. Inoltre la colonna sonora interviene poche volte a proposito e le diapositive si sovrappongono spesso al testo senza divenirne parte integrante il che dipende, probabilmente dal fatto che la « diapositiva », come elemento in sè, è priva di caratteristiche « teatrali » e pertanto difficilmente riesce ad entrare a fondo in un determinato contesto. Ciò non esclude comunque che le diapositive di Sermidi siano sembrate, dal punto di vista grafico e pittorico, abbastanza notevoli, come del resto anche altri hanno rilevato. Ma, tornando al non risolto contrasto di cui si diceva, mi pare che esso risulti largamente evidente dal confronto tra « l’impegno » dei testi — Brecht, Eluard, Hikmet, Calamandrei, ecc. — e la « banalità » di certe vignette — ad es. quella sulla repubblica — che spesso ne vanificano il significato. Per di più anche la resa teatrale, registica, degli stessi testi non è sempre felice. Si vedano ad es. Brecht (La donna del soldato), Petrolini (I salamini e Nerone), Locchi (La sagra di S. Gorizia). Per contro ve ne sono altri resi in maniera apprezzabile, com’è il caso di Hikmet (Nevica nella notte), Calamandrei (A Kesser-ling), Brecht (Ninna nanna), Eluard (Libertà). Ma dove nasce questo contrasto? Secondo me da due elementi. Anzitutto c’è il fatto che « Per il resto tutto bene » sta in mezzo tra il « recital » e lo spettacolo senza mai risolversi nell’uno o nell’altro, oppure, il che è peggio, risolvendosi, a seconda dei casi, ora nell’uno, ora nell’altro. In secondo luogo c’è la preoccupazione, nata forse in sede di realizzazione, di ammorbidire certi contenuti ideologici imprimendo allo spettacolo un andamento « ondulatorio » che passasse dal serio al faceto, facendo sì dell’antifascismo, ma senza dimenticare di concedere spazio al divertimento, forse più che alla riflessione, magari anche con delle trovate che finiscono spesso nell’avanspettacolo. Questo è il caso di alcune scene come quella, già ricordata, che descrive il passaggio dalla monarchia alla repubblica, oppure l’altra del buon uomo romagnolo costretto dal'a moglie a modellare la sua vita su quella del Duce. Più o meno dello stesso genere sono inoltre l’episodio dei due fascisti, il milanese e il veronese, quello degli sposi-ni, quello dell’industriale dell’olio, quello della statua della libertà e qualche altro ancora. Un terzo elemento che probabilmente ha contribuito a gettare alcune ombre su certe parti della rappresentazione viene direttamente dalla regia. Diciamo subito che il compito della regia era difficile, ma diciamo anche che dove i testi sostenevano lo spettacolo — Libertà, Ninna nanna, a Kesserling, Nevica nella notte, la BAB-BONA — tutto sembrava a posto al contrario invece di quando erano i testi ad avere bisogno di essere sostenuti. Senza dire di quelli — La marcia dei vitelli, La donna del soldato, ecc. — che sono stati, a mio avviso, resi piuttosto male. Queste, in conclusione, le osservazioni 45