che mi è sembrato di poter fare attorno al « recital-spettacolo », i cui difetti dipendono, almeno in larga misura, dalle difficoltà che il genere stesso propone e non si possono certo indicare, come s’è fatto, nella posizione ideologica dove sta invece il suo punto di merito più evidente. L’aver fatto in modo che un pubblico disabituato assistesse, divertendosi, ad una rappresentazione così densa di idee e di posizioni morali assunte da eminenti uomini di cultura nei confronti di certi episodi della nostra storia, non è cosa di poco conto. Il successo di « cassetta » se così si può chiamare — pur obbligandoci ad un esame severo delle ragioni per cui il pubblico ha frequentato ed apprezzato lo spettacolo — dimostra che esiste, anche nella nostra città uno spazio sufficiente per iniziative di questo genere. Uno spazio insomma nel quale la filodrammatica può sperare di intervenire ancora con esiti estremamente utili anche per quelle esigenze di successo che non possono ovviamente essere considerate secondarie rispetto alle sue finalità. Chi dunque non riusciva a vedere la opportunità del « recital » anche da questo punto di vista, oltre che da quello dei contenuti, ha avuto torto. Per noi, è chiaro, l’iniziativa è stata, e rimane, valida soprattutto in ragione delle intenzioni che gli autori hanno voluto realizzare. FERNANDO TREBBI “ In alto mare „ di Mrozek E' passato da poco tempo anche per la nostra città lo spettacolo che il teatro stabile di Bologna, per la regìa di Vito Moli-nari ha realizzato da due pieces di Slawo mir Mrozek: "La polizia” e ”In alto mare”. Se « La polizia » a quanto ci risulta, era assolutamente inedito, il secondo atto della serata era già stato proposto, con minori mezzi e minore diffusione, dalla compagnia semiprofessionistica del Teatro del Globo per la regìa di Roberto Ciulli Chentres, a Milano e dalla compagnia di dilettanti « La Fronda » di Torino al festival degli atti unici ad Arezzo nell’e- state del 1963. Nulla sappiamo della edizione milanese ma abbiamo avuto la felice ventura di assistere alla rappresentazione dei dilettanti torinesi e dobbiamo dire, per onore del vero, che allora l’atto unico del giovane autore polacco ci era piaciuto assai. Ed era piaciuto anche al pubblico che aveva applaudito senza cortesia ma per schietto divertimento. Casacci, il regista del gruppo, aveva, per usare il suo vocabolo, « italianizzato » il testo: la sostanza rimaneva la stessa ma i personaggi della commedia erano divenuti riconoscibili ed attendibili anche per uno spettatore italiano estraneo al particolare clima del disgelo polacco post-stalinista, al contesto storico e politico di una nazione, per evidenti ragioni, assai lontana dalla situazione culturale dell’occidente. Per spiegarci, diremo che il « naufrago grosso », ad un certo momento della piece, precisamente quando viene concertata la propaganda elettorale per stabilire quale dei tre naufraghi debba essere mangiato, intonava, impettito sulla sedia che fungeva da palco, un discorso per molti aspetti simile: la veemente oratoria, la scansione martellata delle parole, ad uno dei tanti che i nostri padri hanno avuto la disgrazia di ascoltare dalla bocca di Mussolini; lo stesso « grosso » aveva inoltre un servitore assai italico, mentre il naufrago medio che si associa al primo per lo scopo manducatorio di cui si è detto, con la insistenza del vocabolo « figliuolo », diventava il tipico rappresentante di una altrettanto tipica categoria di nero-vestiti, attenta però, straordinariamente attenta, ai problemi dell’anima. Si aggiunga al tutto un postino che parla siciliano ed avremo un quadro completo delle contorsioni del povero Casacci. Detto questo ci pare di essere assai bene addentro al tema che ci siamo prò posti: le ragioni di uno spettacolo siffatto e la pretesa di inserirlo in un giro programmato della provincia. Vito Molinari, regista assai preparato, ci è parso al confronto della allegra goliardia dei dilettanti torinesi decisi a cavar fuori da un testo quello che essi vole- 46