vano e non l’autore, a strumentalizzare quindi un prodotto artistico, un tantino freddo ed eccessivamente scrupoloso, attento a ragioni di correttezza registica (Mrozek insiste, nella prefazione della edizione italiana delle sue opere, sulla necessità di non mutare una virgola del testo), cadendo, è il caso di dirlo, in un esercizio di bella calligrafia che lo scarso e infreddolito pubblico non ha saputo apprezzare. Un discorso sulla dittatura, alla maniera di Mrozek, tragedia da noi sofferta e superata, necessitava di ben altro talento e di ben altro vigore, nè qui si vuole ovviamente proporre un confronto inimmaginabile con Brecht, ma piuttosto mettere l’accento sullo scarso interesse che Mrozek ha saputo suscitare, anche solo a carattere epidermico come fu ad Arezzo, sulle manchevolezze, le lacune, le incertezze palesi del giovane polacco e anche, avanziamo l’ipotesi, sulla sua ecces siva urbanità. Chi dice che in Polonia ha avuto un grosso successo dice una cosa facilmente compatibile con l’insuccesso in Italia e non come vorrebbe, contradditoria, il clima della distensione e della coesistenza pacifica non ha certamente pianificato decenni di incomunicabilità, di ostile silenzio tra la cortina di ferro e l’occidente. Colpevole del suo insuccesso non è certamente Mrozek, nè il suo scarso talento teatrale ma piuttosto un ritardo di informazioni che rende « In alto mare » un testo già fruito da molti anni, vecchio se pure appena scritto, dallo spettatore italiano. Uno spettacolo dunque, impopolare, possibile di lettura e dibattito in sedi meno immature della provincia lombarda, a livello di club culturale o di salotto che si picca di interessi archeologici, ma non di vasto ed indifferenziato pubblico di provincia. Non è stato certo un bel servizio quello che il teatro Stabile di Bologna ha fatto alla causa del teatro o, per lo meno, non ha valutato, nella migliore delle ipotesi, a sufficienza l’importanza che deve avere una serata a teatro per gente che di teatro non si interessa se non per via di attori e di attrici. Noi crediamo che Slawomir Mrozek, vivendo in Italia, potrà darci dei risultati più apprezzabili della sua sottile vena di umorismo, del suo gusto notevole del pa- radosso, della sua risentita, ma troppo urbana, coscienza sociale. Craig, Pistilli e Matteuzzi, con la loro scarsa preparazione, l’aria di sufficienza del grande attore che grande non è, la recitazione approssimativa, hanno contribuito in misura notevole se non determinante a far naufragare uno spettacolo che per lo meno sul piano del gusto e del divertimento poteva reggere, come abbiamo sperimentato ad Arezzo. Molinari, per troppo civismo, è caduto nella anonimia di una lettura acritica del testo che, tuttavia ci pare di poter riproporre al lettore meno distratto, nelle edizioni Lerici, così che possa, fuori dallo snaturamento felice della « Fronda » e dal distaccato rigore della Stabile di Bologna, mettere le cose al punto giusto e collocare Mrozek dove merita, dopo tanta confusione. MARIO ARTIOLI [Slawomir Mrozek, In alto mare; Lerici. Milano]. “La polizia,, di Mrozek In un ipotetico paese a regime dispotico, la mancanza di prigionieri politici mette improvvisamente in crisi la stessa ragion d’essere di un pesante apparato poliziesco e induce il direttore delle carceri ad intraprendere una complicata azione di provocazione in virtù della quale egli si trova ben presto implicato, unitamente ai suoi dipendenti e alla figura di un alto generale, nella accusa di cospirazione contro il governo. Questa in sostanza l’occasione scenica da cui Mrozek trae uno spettacolo comicosatirico, pieno di assurde situazioni e di imprevedibili sviluppi che portano la vicenda verso il parossistico episodio finale in cui il generale, il direttore e i relativi sottoposti si accusano e si arrestano a vicenda, tutti presi dalla ridicola smania di rendere un servizio al regime, ma in realtà incapaci di sottrarsi al meccanismo delle denunce e delle delazioni che essi stessi hanno messo in moto. Il lavoro — pur manifestando le indub-