bie capacità teatrali del suo autore — ci ha lasciato piuttosto perplessi circa la possibilità di scoprire nella rappresentazione dei meriti e dei pregi che vadano oltre le funamboliche, imprevedibili, e anche gratuite, soluzioni ormai caratteristiche di certo teatro cosiddetto d’avanguardia. Le ragioni per cui lo stesso Molinari, nelle sue note di regìa, insiste nel dire che Mrozek rifiuta l’etichetta di « modernità », di « sperimentalismo » e probabilmente di « avanguardia », ci rimangono, di conseguenza, piuttosto oscure. E nem meno ci è chiara la affermazione fatta, in occasione del dibattito sui due atti rappresentati, dal direttore dello Stabile di Bologna circa la opportunità di mettere in scena il lavoro di Mrozek per la sola ragione che di questo autore se ne parlava in Italia già da molto tempo. In realtà il teatro di Mrozek sembra far parte in maniera evidente di una produzione, quella sviluppatasi in Polonia dono la destalinizzazione, che per la sua volontà di reagire all’asfissia del precedente schematismo si trova notevolmente esposta alle suggestioni della avanguardia e di certe esperienze formalistiche dell’arte occidentale. E a questo proposito non è priva di significato l’osservazione da qualcuno fatta che « i precedenti de! teatro di Mrozek possono persino ritrovarsi nello sperimentalismo polacco alla vigilia della seconda guerra mondiale ». Del resto la tendenza allo sperimentalismo e all’avanguardia è comune a molte forme dell’arte, diciamo così, orientale e non solamente al teatro; basta pensare, per convincersene, a certi esiti cui sono giunti il cinema e le arti figurative in Russia, Polonia, Cecoslovacchia, ecc. Si può essere nel vero, credo, dicendo che la lunga assenza di una seria tradizione di libertà nel fatto della creazione artistica e il prevalere di schemi logori e mai rinnovati, sono stati determinati nel fare in modo che gli artisti della sfera sovietica si sentissero più che mai portati, dopo il « disgelo », dall’esigenza di tentare forme sempre nuove attingendo spesse volte al bagaglio di esperienze dell'arte occidentale. Mrozek — pur con le dovute approssimazioni di tempo, luogo, cultura e tradizione — rientra abbastanza bene, mi pare, in questo tipo di atteggiamento. La satira, l’illogicità, la confusione, l'irriverenza che si notano ne « La polizia » fanno evidentemente da contrappeso alla agiografia, alla logica, all’ordine, all’ossequio tipici di una condizione politica che nella mente dell’autore è certamente presente e ben identificata. Tuttavia è necessario osservare che la critica di Mrozek nei confronti della dittatura risulta alla fine piuttosto inconsistente. Chi assiste allo spettacolo rimane infatti maggiormente preso dal funnam-bolismo della vicenda e dalle comiche complicazioni del costrutto che non invece dalla necessità di riflettere sulla situazione presentata dall’autore. Il contenuto e il significato della rappresentazione rischiano insomma di passare in seconda linea nei confronti del divertimento e dello spasso. Per non dire poi del fatto che il frenetico susseguirsi delle trovate e dei colpi di scena finisce spesso per saturare Io spettatore provocando noia e stanchezza. A tutto questo, bisogna dirlo, contribuisce in misura notevole la regìa di Molinari. Egli infatti non avrebbe tolto niente alla comicità del testo se avesse dato allo spettacolo uno svolgimento più controllato e, consentendo un dialogo più disteso, avrebbe lasciato maggior spazio alla sottolineatura dei significati e alla riflessione del pubblico. Questa del resto doveva essere l’impronta da dare alla messa in scena, se è vero, com’è stato detto, che Mrozek, abbandonando il forzoso schematismo ideologico ed este tico delle opere precedenti al « disgelo », non ha inteso abbandonare i compiti educativi che il teatro polacco si è voluto assegnare. FERNANDO TREBBI [Slawomir Mrozek, La polizia; Lerici, Milano]. 48 I