“ Le voci della sera „ di Natalia Ginzburg (Einaudi) Un libro questo della Ginzburg in cui, ancora una volta si presentano al lettore vicende della vita di tutti i giorni, ma a differenza del Lessico Famigliare, non vissute dall’autrice, bensì immaginate. Non più autobiografia, dunque, ma romanzo, non più vicende della vita passata ricordate spesso con affettuosa ironia o sereno distacco e comunque senza mai lasciare intravedere nostalgia o abbandoni, ma storia inventata, dalla quale trapelano, nonostante il linguaggio spoglio, e spesso la voluta freddezza del dialogo, una grande tristezza senza possibilità di alcun spiraglio di luce. E' la famiglia più ricca del paese, proprietaria della grande fabbrica, famiglia di industriali che vivono una vita semplice, e la loro ricchezza in una casa dove non c’è nulla di lussuoso e tutto rimane uguale e modesto si nota solo per qualche viaggio o qualche costosa villeggiatura. E’ la storia di un passato di pace prima e di guerra poi, pieno di quel fascino di tutto ciò che non si è potuto vivere ed è ormai lontano, e di un presente nel quale pare non ci sia più niente da fare perchè gli altri hanno già lottato e costruito. Questa coscienza certo sbagliata, rende indifferente e pigro l’ultimo rampollo di un uomo che dal nulla aveva creato una grande industria. E questa nostalgia del tempo passato del quale restano troppo poche tracce nel paese di collina, dove la vita continua sempre uguale, pur non essendo mai espressa, dalla ragazza che parla, grava su tutto il racconto. E’ nostalgia di amicizie perdute, di famiglie divise, di persone care morte, di sentimenti consumati, di tutto ciò che non è più e che è cambiato. Anche l’amore di questa ragazza e del più giovane dei De Francischi, il ragazzo che si sente inutile, vive stentatamente, per dei trucchi psicologici, in segreto, e quando viene « portato alla luce » irri- mediabilmente muore, finisce, troppo fragile, troppo inconsistente per affrontare la realtà. Il paese anche se non è detto, è certo uno dei tanti delle colline piemontesi, e la storia è comune, una come tante, ed appunto in questo far sorgere la poesia dalle più comuni vicende e con un linguaggio che appare quasi prosastico, è l’arte della scrittrice. ANNA BENETTI “ America America „ di Kazan (Mondadori) Stavros è poco più di un ragazzo, un povero ragazzo greco con il sorriso accattivante e disarmato, il sorriso paziente della sua gente fatalista e sottomessa ai Turchi. E’ questa la sola difesa, silenziosa, che l’incertezza e l’impotenza oppongono alla violenza. Stavros idolatra Vartan, l’armeno, l’amico più vecchio, spavaldo e ironico, forte come lui, Stavros non sa essere. E sarà proprio Vartan con la sua morte a far maturare nel giovane amico la forza. Il ragazzo si maschera ancora dietro il suo sorriso incerto ma dietro ad esso ora c’è una volontà, un desiderio di ribellione, una decisione. Stavros fa suo il sogno che decideva con l’amico, quello di raggiungere l’America. Essa gli appare come una terra promessa ed a lei è tesa spasmodicamente la sua giovinezza assetata di libertà e di vita. Nel suo desiderio e nel suo entusiasmo egli ne raddoppia il nome in un unico suono, come un grido di battaglia, un simbolo di grandezza. L’America è un sogno, ma non una irraggiungibile, nascosta follia, bensì una speranza dichiarata, gridata anzi, con volontà di realizzazione, anche partendo dal nulla, dalla miseria in cui l’ha lasciato Abdul, l’occasionale compagno di viaggio che lo deruba e lo esaspera fino a che Stavros, per liberarsene, lo uccide. Parecchi altri personaggi entrano nella vita di Stavros e tutti concorrono a provocare in lui quelle crisi che fanno di lui 54