Gino Baratta ! Nota sulla poesia di Umberto Bellintani /Ad una prima lettura di Umberto Bellintani, colpisce anzitutto la sensazione che gli è propria della ambigua eredità che l’uomo porta in sé: uomo sì, ma falco e tortora insieme, gorilla e tortora. Proprio in tale contrasto viscerale fra altezza e miseria, fra continuità e frattura si precisa la perplessità, l’incertezza attonita — ma subito chiarita — che prende Bellintani quando si ponga di fronte all'uomo cioè di fronte a se stesso. V" L’avvio vuole già ¿ottolineare un rigore di lettura poetica di chi « con note comuni e stonate » ha steso i primi versi di Forse un viso tra mille ed è giunto ora a Dolce chiude l’ora di sera. L’eredità vegetale nell’uomo è là connotata ed avvertita come presenza esterna, estrinseca, dell’albero, e si risolve qui come proposta per una giustificazione dell’essere primordiale di noi e degli altri: Forse solo il rapporto fra noi esiste e gli alberi annosi o appena [d’anni uno e le erbe E’ il senso fraterno dell'essere, coscienza di un unico scorrere di linfa tra pianta, uomo e animale. In questa indiscriminazione si precisa il rapporto fra l’uno e il tutto; in questa voluta e approfondita indistinzione si giustifica il ricambio di forza fra l’uomo e la formica e il ragno; in tal senso si appercepisce l’unica immensa tensione che lega l’elemento cosciente a quello ritenuto scevro di coscienza. Ha parlato Bellintani di una sua intelligenza fatta di pietà: ebbene è tale pietà che costruisce le istituzioni del suo paesaggio: saranno il campo, la rana, il « maggior fiume della patria », la casa, l’arnese. Su questo piano di medesimezza di uomo e cose inizia la ricognizione del passato. Infatti la dimensione temporale predominante, anzi prevaricante, nella poesia di Bellintani è proprio costituita dal passato, ritrovato attraverso una rimemora-zione preziosa a volte, sillibata lentamente altre, strappata con schianto altre ancora. Il motivo del passato è certamente fra quelli che maggiormente permettono di costruire una linea del mito di Bellintani. Lo si riprenda da Forse un viso tra mille, là dove protesta la sua resistenza alla grigia città e dove dichiara la sua natura di topo di campagna. In questa identità aperta il poeta giustifica la presenza privata, riservata della vita contadina: le lucerne, il paterno focolare, il profumo delle cene, l’odore delle mucche, il latte delle mucche. Ma si veda ancora L'avo mio antico dove la proiezione nel passato, dopo aver permesso al poeta lo scavo prezioso (l’inciso nome - l’inversione rispetto al contesto isola il particolare, lo strappa dal contesto), si fa proiezione nel proprio futuro, già vissuto però in Al tuo amore, vissuto ed esposto come presenza archeologica: Quando questo mio corpo scarno sarà irrigidito cadavere, il tuo amore lo ponga fra le cose che si serbano: anfore, conchiglie, polverose mummie dove il recitativo del primo verso riesce ad una pacata, scandita ampiezza. Oppure il mito del passato lo si ritrovi 3