mitatamente e l’accettazione diviene modellamento religioso e sociale, proposta che sovverte con la sua forza di rassegnazione cocciuta. La dimensione del presente nasce però con la prima parola poetica di Bellintani: è forza per sè stessa, forza per il raggiungimento del favoloso passato, ed è infine esclusione per « l’ammirato domani ». Esiste dunque il presente come sedimentazione delle occasioni poetiche: Grecia, Albania, Germania e soprattutto Gorgo. Perchè la poesia di Bellintani è poesia occasionale nel senso in cui Goethe usava tale termine: poesia cioè di relazione e di rifiuto delle cose e degli affetti, degli uomini (per quel tanto che di gorilla e di tortora portano dentro). Ed è infatti Gorgo ad offrire le cose: la sua donna, la casa, il campo amato, un volto amico, un arnese, umili cose. Ma questa poetica delle cose, se ci è lecito usare una definizione ormai non più peregrina — si ha anche nella volontà di Bellintani di rimanere fedele al pezzo di latta, al caro vecchio manubrio, alla vecchia ciabatta, al segno nel muro, al vecchio catino. Infatti la dimensione del presente è contenuta nello spazio di queste cose abusate dall’esperienza, logorate. L’unica possibilità per l’uomo oggi di non annegare è rappresentata dalla conservazione fervorosa di queste cose che sono i soli documenti. « Non vedo il futuro che come un peggioramento della mia condizione d’oggi... ». In questa dimensione si spiegano le apocalittiche, si direbbero, surreali, visioni della terra spenta. Ma in questo ambito dell’ora e dell’adesso agisce anche l’in-teiligenza fatta di pietà che accoglie nella concretezza dei paria la polemica, la quotidianità senza svaghi e licenze, la fatica del vivere. E’ di nuovo un paesaggio consueto — non al di là dell’orizzonte però — ma di Gorgo, della terra, del fiume, del sudore cavato dagli occhi. C’è la fauna consueta della chiavica e del fosso: il ramarro, l’anatra palustre, la merla, i bianchi uccelli d’alto volo. A volte il gatto, e — emblema preistorico orroroso — « la rana che grida terrore ». La montagna della morte che ognuno sopporta, la fraterna pena che accomuna il poeta ai morti (Salvatore Fancello), la coscienza del buono della vita che si perde ogni giorno un poco, l’annotazione pietosa del buono della vita anche nel vizio e nel male immeritevoli di castigo, tutto ciò permette al verso di Bellintani di possedere la realtà con larghezza umana. L’apertura poetica verso la comprensione del paria si ritrova fin dai primi versi: ma non è macerata ancora con l’inclusione personale nella crudezza espe-rienziale dei paria stessi. Lo si sente dall'attacco iniziale del verso, troppo alto, canto di testa, troppo teso verso la immagine, ancora compresa nel proprio giro e soddisfatta: Ond’io canti dolcezza e amore e il cardo fiorito: e te rincorra, nuvola vaghissima del cielo margherita Il vecchio padre con quel suo « occhio bruciato dal sudore » offre sì la matrice della poesia degli affetti familiari, ma la dimensione irriducibile della tragedia che sta nella casa del poeta deve ancora essere ritrovata. Ce ne sono certo gli indizi; e il lavorio di decantazione si può seguire attraverso la sottolineatura del « buono della vita », del « buono che ti arriva dalle cene », del « buono di quest’ora »; sottolineatura ottenuta proprio attraverso l’uso della aggettivazione astratta, così dimessa e antiretorica e così aderente alla realtà della gente del buon sangue plebeo, staifilata per secoli, serva della gleba, L’uso di tale astratto costituisce un tratto connotativo della poesia di Bellintani. Lo si ritroverà ancora in Paria, là dove, parlando di una meretrice, di Angela « venditrice dell’amore », dirà che in lei c’è il buono di un’anima cristiana, dolce di cose, del buono della vita. O ancora in E tu che m’ascolti, nella rievocazione di Ottone Rosai, nei cui occhi « c’era il cuore del buono ». Un astratto tematico dunque, che si accompagna all’antiesotismo onomastico delle donne del nostro: Adelma, Delfa, Angela, Antonia; o dei suoi bambini: Saverio, Ezio, Spartaco: sono i nomi propri 5