di Gorgo, così provinciali nella voluta ricerca esotica. E tutti si ritrovano nelle file dei paria. Dal momento che Gorgo e la sua gente significano per Bellintani la possibilità di riprendere ancora oggi il « cammino sulle orme del passato », non ci si stupisca di ritrovare Spartaco e Angela fra i bambini e le meretrici che accompagnano Cristo al Calvario. La scansione del tempo si ha nella poesia di Bellintani con un ritmo che segna secoli e millenni, in una dimensione che perviene alla nostra storia partendo dalla preistoria. « Tra millenni di millenni », « per secoli di secoli » egli dice. Ed è linguaggio biblico. Consiste anche in ciò la particolare accezione della parola di Bellintani. I nessi di subordinazione o di coordinazione sono arcaici; si direbbero rigidi, compassati nella loro auli-cità. Sono giunture preziose che stringono parole disadorne ed inamene, altra volta abusate, consapevoli della propria povertà semantica altra ancora. Si vedano tali accezioni in « e poco di poi morivo », « e paventa puranche la serpe », « pocan-zi », « chè quel ramarro lo morde addentro il cuore », « di poi si sommergeva », « del bimbo che godeva in fra i suoi rami », « non si dica domani che sono morto pel terrore della vita », « e chi ti prende, di poi si vergogna », « ti cerco tuttavia come il più caro dei ricordi... », « e cantavano bensì gli uomini del mio borgo », « Dunque madre riallegrati siccome / quand'ero bimbo ». Sono preposizioni, congiunzioni, avverbi che hanno il sapore aureo di certi esercizi stilistici ottocenteschi, chiavi del contesto di Bellintani. Il poeta per lo più rimane aderente all’istituto linguistico; perciò la sua poesia esclude l’asintattismo e l’ambiguità propria di certi esercizi d’avanguardia, per produrre un documento poetico transitivo e palese dei propri significati. Si direbbe, quella di Bellintani, una cocciuta umiltà di lessico proprio per dare al dolore, alla fatica e alla tragedia il solo nome che loro compete: Gli occhi di mia madre non devono più [piangere. Gli occhi di mio padre domandano riposo. Dunque rispetto all’istituto linguistico le metafore non si consumano, le im- magini sono le più dichiaratamente tradizionali. Si ricorre persino a versi da canzonetta: « ieri un bimbo dagli occhi pieni di malia », o si ritrovano motivi, lessicali della più proclamata tradizione (« ed io qui venni in cerca dell’amore ») inseriti nella più rancorosa confessione di Forse un viso tra mille, cioè in Con fuoco per le vie di Verona. Le evasioni linguistiche connotative vanno viste perciò in quanto è stato più sopra indicato, ed ancora in caratteristiche inversioni, che non rispondono ad un umore lessicale transitorio, bensì ad una direzione permanente. Si vedano in « Il mite volto / colà è sommerso del bambino che... », « E la sera si destò / al richiamo di un gufo sulle querce / colla brezza leggera e luna », dove la sostituzione della congiunzione alla preposizione suggerisce un movimento seguente, orizzontale, non franto. E ancora, « E il volto s’illumina / non d’umano splendore », dove l’uso della negazione premessa all’aggettivo riesce ad assolutizzare la situazione in una dimensione che non sopporta alcuna comparazione. Lo stesso valore si ha in « così / oggi è da porre questo giorno fra non quelli / di sofferenza e di sgomento ». Ma al di là del passato e del presente si vorrebbe indicare ora una terza dimensione che percorre la poesia di U. Bellintani: la dimensione raggiunta attraverso l’appercezione della matrice sensuale che accomuna l'uomo all’albero e all’animale: fuori del tempo dunque, spaziata entro l’io viscerale che comporta l’annotazione poetica di sensazioni sostanziose, materiche, si direbbe (il sesso « umido di voglia »; « i peli delle ascelle del ragazzo che giocava ai birilli / all’osteria del borgo »). Bellintani arriva a tale appercezione per strappi improvvisi e prima attraverso una implicazione poetica apostrofante: « Che mai tu scordi la bella vallata verde... », « Più non dirmi di te, ma la parola / si trattenga nella gola... », « Che mai ti conosca amore... ». Sono tensioni subito disilluse, improvvisi possessi di un altro clima, subito smarriti. Ma l’intuizione — pur fatta di cose — del sentirsi vivi si presenta già in Forse un viso tra mille là dove il « dolcissimo rapporto fra noi e il tutto » è colto attraverso l’invito all’arrendimento 6