re non generano superstrutture altro che come eredità di inerzia e di passività: esse sono generate non per « partenogenesi », ma per l’intervento dell'elemento « maschile », la storia, l’attività rivoluzionaria che crea il « nuovo uomo », cioè nuovi rapporti sociali ». Leti, e vita naz. 1950, pag. 11). Invece si ha da una parte un pubblico e dall’altra i vari autori: tra le due presenze non c'è aria che porti neppure brani di parola, frammenti di messaggi. Quando poi si vuol fondare il dialogo, il compito è affidato ai critici: Anceschi, Dorfles, Guglielmi. Quale la propedeutica che offrono? Le pagine di L. Anceschi sulla metodologia del nuovo hanno un chiaro sapore privato, quasi storia e giustificazione di un momento autobiografico, proprio nell’insistenza con cui si afferma che « un metodo di atteggiarsi verso il nuovo » consiste nell’« essere gettati nella situazione », stato « in cui si è liberi di scegliere la risposta ». Chi attendesse dalle pagine di Anceschi un aiuto, una serie di indicazioni per arrivare ad un giudizio sulle opere novissime, in fondo trova non una metodologia per affrontare il giudizio del nuovo, ma quella della disponibilità e dell’apertura al nuovo. E ciò porta in sè un che di metafìsico, o, se si vuole, di rigidamente programmatico: in ogni modo non riguarda il lettore, ma il critico. Si è d’accordo che « vi è invenzione anche nella critica » (critico nascitur et fit, direbbe W. Binni), e non saremo certo noi a ricorrere al paradosso che « le idee della forma sono in qualche modo più eccitanti della forma delle idee », in quanto riteniamo che la preparazione e il dibattito culturale dei giovanissimi rappresentino il terreno più fertile per l’operazione artistica. Solo non ci accontentiamo di quel tanto di fenomenologico che si ritrova in altre asserzioni di L. Anceschi in cui si sostiene « che vi è un nuovo modo di sentire, che vi è un nuovo sistema di riferimenti, che la cultura in cui viviamo oggi è assai diversa da quella in cui si visse tra le due guerre, e che, se si voglia essere veramente presenti, occorre rinnovare gli strumenti, i referenti, e, non esteriormente, anche le motivazioni ». Tutto vero nelle esigenze! Ma come? Affermando semplicemente che « la poesia — la poesia che si legge anche in questo volume — ha una sua autenticità »? Ancora dissentiamo da quanto afferma il critico a proposito di quel « filo rosso e irrequieto » che in verità non si prolunga, a parer nostro, fra gli autori più diversi. Infatti spesso tale tensione si raggruma inarticolata in alcuni autori, mentre scorre sicura e veloce in altri: ma sono i pazienti questi, i ricercatori delle proprie radici. Ma c’è nelle pagine di Anceschi una riduzione che tradisce la precarietà della metodologia del nuovo, là dove afferma « che una critica di buona volontà può sentirsi orientata quanto giova — soprattutto per la poesia e per >a critica — a trovare oltre alla realtà della rottura, certi motivi di continuità, i legami della letteratura giovane con quella che la precede ». A nostro parere, tale riduzione del giudizio critico della poesia e alla critica va assai sottilineato (per giustificare almeno la poesia di Pignotti, Rosselli e pochi altri), come va altrettanto rilevata la prudenza — che apprezziamo — con cui R. Barilli ha tentato di verificare i paramenti del nuovo romanzo entro i profili di coppie, profili che lungi dall’essere filologicamente documentati in questa sede, offrono tuttavia le indicazioni di una critica vigile, che accompagnando le nuove esperienze artistiche, non dimentica che l’ufficio della critica è quello di avvicinare l’opera al pubblico. Perciò non occorrono formule seducenti, cioè tali che ingombrino il terreno della critica anziché chiarirlo nella sua natura. Ci riferiamo con ciò a G. Dorfles. « Ecco, dunque, sinché le nostre capacità estetico fruitive non si siano adeguate ai nuovi stimoli (poetici musicali pittorici) d’un'arte ancora "nuova", non saremo in grado di intenderla: sarebbe perciò necessario insegnare al pubblico la "sintassi deH’asintattismo”, spiegare "la semanticità deH’asemantico'', la forma dell'informale, la nuova sonorità dell’atonalismo, e via dicendo ». Se siamo generalmente d’accordo con quanto il Dorfles scrive sulle relazioni tra le arti, non riusciamo tuttavia a comprendere come le preoccupazioni di formare un pubblico di fruitori possano trovare una risoluzione, quando l'esercizio della 22