Le bastiglie del mondo di Renato Cugola Nota di Umberto Artloli Renato Cugola era nativo di Correggioli (Ostiglia). Giovane attivista, militante nel Partito Socialista, si spegneva non ancora trentenne, lasciando nelle mani degli amici il testo inedito delle sue poesie, che qui di seguito pubblichiamo integralmente. E’ stata per noi ben grata fatica il portare alla luce questi inediti di Cugola, così vivi nella loro urgenza polemica, così radicati nel cuore del nostro tempo, e pure corsi a tratti da un fiato di sincera poesia, quale non ci aveva adusi la congerie illimitata dei funebri cantori dell’introspezione e del dolore cosmico. E per tale via ci siamo vieppiù rammaricati dell’immatura scomparsa dell'autore, convinti come siamo che questa raccolta giovanile fosse qualcosa di più d'un dilettantesco incontro con la poesia, d’un inoffensivo hobby cui gran parte della gioventù intellettuale dedica il suo surplus di energie. Per Cugola la poesia era innanzi tutto canto della libertà e dell’emancipazione, tanto più concitato e commosso quanto più si faceva chiara in lui la coscienza dell’enorme travaglio che la realizzazione dell’ideale comportava. In lui non troviamo più il clima entusiastico dell’Italia marxista dell’immediato dopoguerra, che la fervida aspettativa della nuova società senza classi, preconizzata dalla legge di necessità storica, aveva privato della consueta spregiudicatezza realistica. Cugola apparteneva alla nuova generazione, quella che gli scacchi politici, l’ar- resto dell’avanzata russa nell'Europa Occidentale, le velleità espansionistiche cinesi, avevano reso un tantino più scettica. La sua poesia non poteva non risentire di questo mutamento. La coscienza che l’ideale si è fatto di colpo più lontano fa lievitare sulla pagina un’ombra oscura, e se esso non viene negato mai resta pur sempre il dubbio che per Cugola la grande vittoria finale del proletariato si dissolva in un organismo di vittorie parziali, in una specie di dialettica storica prolungata all’infinito. Quante Bastiglie restino da abbattere non Penso che siano infinite. [so. Solo quando l’uomo le avrà smantellate Potrà dichiararsi libero e felice. [tutte Ma temo purtroppo che non riesca mai. Eppure questa vena di sottile pessimismo, circolante nel vivo della poesia cu-goliana, lungi dall'ammorbidire la coscienza nell’elasticità del compromesso o dal-l'assottigliarsi sulle corde della malinconia, finisce con l’ingigantire la "fede” del poeta. Se forse è preclusa all’uomo la via di fissare in strutture storiche definitive la sua sete di libertà, se la felicità è veramente quel sogno che millenni di filosofia invano si sono sforzati di realizzare, ciò non vale a soffocare nello spirito umano il fremito della rivolta, il lungo brivido che nasce da noi pecore nere che amiamo la vita e non vogliamo più chinar la fronte e inginocchiarci ancora senza domani migliore di oggi... Il nodo della poesia cugoliana sta ap- 29