punto qui, nel diaframma che separa reale e ideale, oppressori ed oppressi. E la ispirazione fatalmente è attratta dai grandi avvenimenti esteriori, dalle platee del mondo ove ogni giorno si concretizza la antitesi drammatica della storia: Cipro, Algeria, Congo, il tema razziale, gli scioperi, la fame, il pericolo atomico. E’ /'excursus degli ultimi anni di storia, visto in una luce epica. C'è qualcosa di vagamente giornalistico in questa ispirazione che puntualmente si manifesta l’indomani d'ogni grande som-movimento; nè d’altra parte può escludersi un senso di monotonia che il lettore attento può rinvenire a una lettura dell'intera raccolta, sicché par fuori il sospetto che la poesia di Cugola, pur così sincera e commossa, muova essa stessa secondo direttrici obbligate. Pericolo questo strettamente connesso alle caratteristiche del soggetto e al fondo medesimo dell'anima cugoliana, così salda e sicura nella sua fede, come del resto quell'altro dell’apologetica e dell’oratoria tribunizia, con il corrispettivo d’un linguaggio povero e trasandato, privo del tutto di quegli accorgimenti stilistici di cui in altre occasioni Cugola saprà con indubbia maestria valersi: Chè la chiesa è un gradino del cielo non una parte, uno scranno dei parlamentari Nasce per questa via l'artificiosità di certe composizioni come « I tam-tam del Congo », zeppa di interrogazioni retoriche, di accostamenti astrusi perchè stilistica-mente inespressi, sicché alla fine sotto il clangore della tromba epica senti un che di freddo e di stucchevolmente approssimativo. Ma abbiamo voluto mettere innanzi le scorie per meglio far risaltare il nitore di pagine come « Morte a Cipro », « Il cuore nella sabbia », « L'ombra di Lorca ». Qui il verso cugoliano mostra intera la sua dimensione epica, si fa canto d'un popolo, odissea tragica d'una generazione: in definitiva epos dell’antica progenie dei vinti che rinascono alla vita con la consapevole fierezza del loro diritto alla dignità. Allora l'onda del canto si distende nel verso ampio e fluente, sapientemente pausato a modulare il farsi del dramma, poi di nuovo prorompente nel grido della speranza: ...A Nicosia a Famagosta nessuno dorme, gli occhi sbarrati nel buio, per stampare i primi chiarori dell’alba tragica nelle pupille e non scordarli, gli orecchi attenti per carpire al silenzio il fruscio del cappio. Nelle celle a un tratto si alza un canto spiegato. L'isola l’ode. « Enosis. Enosis. Morte al Britanno. Viva [l’Eoka! » E talvolta sul tessuto prevalentemente epico di questa poesia, che si vale d’un colorismo ambientale quasi mai esteriore, sibbene strettamente asservito al contesto, si insinua una rapida notazione sentimen-tale-lirica: Amico negro, povero amico negro dal cuore giovane fanciullo e grande sconfinato piangi, piangiamo insieme tutti i Faubus del mondo. L'ideale è allora raggiunto per via soggettiva e appare sfavillante il giorno della vittoria: E allora Hadiar potrai dissotterrare il cuore dalla sabbia senza catene il ghibli correrà il Sahara e sarà ghibli tuo, e il vino non sarà più amaro e i fior senza profumo la luce triste; l’amor sarà completo il sole splendido le gioie finalmente gioie i giorni giorni il tuo grido già la tua rivolta la tua vittoria ormai. Poesia quanto mai viva e attuale, ma nello stesso tempo esposta ai rischi della retorica e dello schema, se non ci fosse lecito scorgervi i germi d'un ulteriore svolgimento. Purtroppo la morte improvvisa dell’autore rende accademiche queste nostre considerazioni. Pure non ci sentiamo di passare sotto silenzio l’allargarsi dell’orizzonte cugoliano in una delle sue ultime poesia, « Il Saggio » verso temi di maggior 30