di una situazione artistica, per la verità notevolmente evoluta, ma anche di una situazione storica, politica e sociale. Ganga Zumba di Carlos Diegues e Dio e diavolo nella terra del sole di Glauber Rocha, sono infatti due films notevoli sia per le loro qualità narrative (qualcuno magari li troverà « sgraziati »), sia per la loro chiara volontà di rimanere attaccati ad un tipo di discorso molto concreto, ben lontano dalle eleganti quanto insignificanti esercitazioni di cui si compiace certo cinema europeo. A Cannes, dove la selezione brasiliana è stata giudicata, con quella giapponese, di gran lunga la migliore, Nelson Pereira dos Santos dichiarava a titolo di informazione: « Dal 1960 in Brasile non si è mai abbandonata la discussione su alcuni problemi sociali molto acuti: riforma agraria, programmi urbani, conflitti operai, crisi economica, e il nostro cinema è stato in gran misura il riflesso di questa grande controversia sulle realtà brasiliane. Esso non vuole descriverle, bensì contribuire a trasformarle ». Pereira dos Santos (1), è, con Rocha, la personalità più in vista della « Bossa Nova » ed è quindi naturale che le dichiarazioni da lui rese a Cannes abbiano valore non solo di analisi oggettiva, ma anche di indicazione, di suggerimento, di spinta in avanti per un rinnovamento del vecchio cinema brasiliano che fino ad ora si era mosso sulla scia dei prodotti holly-wodiani (2). E sotto questo profilo non c’è dubbio che la « Bossa Nova » stia portando avanti un lavoro proficuo e indispensabile, battendosi per guadagnare al cinema un posto di prestigio nella cultura brasiliana; sforzandosi di combattere il monopolio a-mericano sulla produzione e distribuzione dei films; incoraggiando la lavorazione di nuove opere e il lancio di giovani di talento; sfruttando, anche, il mecenatismo di qualche ricco dall’animo liberale e amante dell’arte; consigliando la realizzazione di films a basso costo. Tutto questo si è fatto, e si continua a fare, tenendo gli occhi bene aperti sulle nuove esperienze del cinema europeo e americano indipendente, senza per ciò legarsi ad un determinato carro, ma sapendo cogliere da ogni parte quello che v’è di più interessante e, soprattutto, di più utilizzabile, cioè ordinabile al raggiungimento di determinati fini, poiché è chiaro, anche se il giudizio non può essere codificato in maniera definitiva, che nel « novo cinema » brasiliano la indicazione degli scopi ha ancora una importanza primaria. Ma quel che più importa è che la « Bossa Nova » riesca, come del resto pare, a rendere sempre più efficace la sua azione di stimolo e di rottura allargando e qualificando sempre meglio un gruppo che già comprende interessanti personalità, da Rocha a Diegues, da Pereira dos Santos a Faria, a Hirzman, a Pedro, a Bargues, e può vantare opere di notevole impegno come Barravento, Ganga Zumba, Vidas Secas, Portos das Caixas, ecc. Dio nero e diavolo biondo Di Glauber Rocha s’era già visto a Porretta Barravento, un’opera forse un po’ trascurata in quella occasione e sulla quale fu necessario ritornare per valutarne appieno l'importanza a mio avviso non secondaria e neanche viziata com’è stato detto da «reminiscenze cineclubistiche» (3). Barravento narra la vicenda di un giovane che, dopo essere rimasto a lungo in città, ritorna al proprio villaggio di pescatori, rimproverando ai compagni l’abu-lia, il fantismo e l’eterna fiducia negli dei e nei miti e cercando di costringerli ad un cambiamento radicale: prima tagliando le reti (che verranno ritirate dai padroni con grave disagio di tutti), poi inducendo una ragazza a sedurre Ama (un giovane indigeno creduto figlio di una divinità marina e obbligato dalla tradizione a vivere in castità per non perdere le sue qualità soprannaturali), allo scopo di provocare la caduta di ogni superstizione e della passiva soggezione ai padroni. Qualcuno parlando del film ha creduto di dover scomodare nomi illustri, La terra trema, Eisenstein, ecc., ma tralasciando i paragoni che, come al solito, hanno un valore soltanto indicativo, è certo che già in questa prima opera il regista aveva messo tutta la sua volontà di provocazione nei confronti di una concezione di vita che non sa insegnare altro se non la soggezione ai più forti e la speranza in qualche inutile mito, frutto di una fantasiosa superstizione. 40