Con Deus e o diablo na terra do sol Rocha ha continuato il discorso, ha reso la polemica più acuta, dando alla vicenda un efficace sfondo di costume e di tradizione. Sullo schema di una ballata popolare cantata da un cantastorie, egli racconta, questa volta, la vicenda di un « vaquero », Manuel, il quale, dopo aver ucciso per disperazione il padrone che si rifiutava di pagargli il lavoro, cerca scampo con la moglie sul Monte Santo tra i seguaci di Sebastiano, una specie di santone che profetizza il prossimo evento del giorno del miracolo in cui cesserà la povertà. Quando i seguaci di Sebastiano verranno massacrati per mano di Antonio das Mortes (un assassino di professione al servizio delle autorità politiche e religiose preoccupate dalla influenza del santone) e Sebastiano stesso verrà ucciso dalla moglie di Manuel, il mandriano si pone al seguito di Corisco, l’ultimo dei Cangaeeiros, partecipando ad una serie di violenze e uccisioni. Alla fine anche Corisco viene ucciso da Antonio e Manuel si rende conto che nè la soluzione del misticismo, nè quella della violenza possono risolvere i problemi del popolo. La capacità di dispensare il bene ( = una vita in cui venga abolita la schiavitù e la miseria) non appartiene a Dio, al miracolo o alla forza, ma soltanto agli uomini. Ancora una volta Rocha ha voluto gettare l’accento su due momenti fondamentali di ogni azione innovatrice e rivoluzionaria: la distruzione dei miti, la volontà di dominare il proprio destino. Nel film non è difficile scorgere l'influenza di un certo cinema giapponese e questo per delle ragioni molto elementari (4). Ma a parte i possibili accostamenti, Rocha non è certo un epigone e la sua opera è forte, ben raccontata e solidamente costruita anche se talvolta troppo compiaciuta delle proprie componenti esotiche, allegoriche, popolaresche e pertanto esposta a delle tentazioni estetizzanti. Dal rischio dell’estetismo neanche Die-gues riesce sempre a liberarsi e il suo Ganga Zumba ricerca talvolta delle soluzioni coloristiche e di contrapposizione in funzione eccessivamente simbolico-espres-siva. Il film non ha però niente di polveroso o di libresco e la vicenda si svolge anzi in maniera molto tesa e avvincente, dai propositi di vendetta coltivati nella piantagione dove Antao (un principe negro) lavora come schiavo, al suo arrivo a Palmares, un territorio negro indipendente dove il padre governa. Il susseguirsi delle azioni è di una semplicità e linearità che il cinema europeo ha ormai da tempo abbandonato, almeno nelle sue o-pere di maggior impegno. Ma questo non impedisce al regista di trattare la materia del film con molta serietà, senza soluzioni schematiche, mostrando in modo abbastanza verosimile la complessità di a-zioni, opinioni, giudizi, atteggiamenti personali, che comporta ogni lotta di riscatto e di liberazione. Certo Rocha e Diegues sanno molto bene ciò che vogliono, i loro intenti sono inequivocabili, il loro linguaggio è di conseguenza trasparente e questo ovviamente non sempre piace ai moderni cantori della « crisi » delle idee, dei linguaggi, della volontà, dei sentimenti, ecc. i quali continuano invece a preferire l’inespresso, l’oscuro, il confuso, il polisenso, l’equivoco, il problematico, e via di seguito. La solitudine del maratoneta Con la selezione brasiliana, quella inglese ha offerto i maggiori motivi di interesse. The loneliness of thè long distance run-ner (che qualcuno ha tradotto II maratoneta) è stato di gran lunga il migliore di tutta la rassegna (5). Con questo film Tony Richardson è giunto alla sua prova più matura ed importante che conserva l’intelligenza ironica e pungente di Tom Jones dando nel contempo respiro, serietà, impegno a quella polemica ribellistica e irriverente che aveva iniziato con Sapore di miele. Tom Curtenay, nella parte di un ragazzo che per non premiare l’ambizione del direttore del riformatorio, sceglie liberamente la vergogna della sconfitta sportiva in una gara già pratica-mente vinta fermandosi a cento metri dal traguardo, è un interprete eccezionale che con la sua presenza dà maggior lustro a tutta l’opera. Si potrebbe dire che con questa opera il free-cinema ha finito di essere l'occasione di sperimentazioni linguistiche che 41