non andavano mai oltre un atteggiamento naturalistico, per assumere una chiara posizione di contestazione, non sterile e neanche generica, in cui le innovazioni del linguaggio sono pienamente inserite nel contesto dell’opera e traggono giustificazione dalla loro maggior capacità di penetrare, intendere e mostrare, determinati a-spetti della realtà. Dove si dimostra tra l’altro, casomai ve ne fosse ancora bisogno, che le innovazioni del linguaggio hanno senso solo quando procedono di pari passo con i contenuti, ovvero quando sono richieste come essenziali allo stesso contenuto. Certo non è pensabile che il jree-cine-ma abbia tralasciato di sentire attrazione per certi atteggiamenti come il ribellismo, che sono caratteristici dell’ambiente storico-culturale-giovanile che ha espresso anche autori come Richardson. Ma tra il ribellismo astratto, inconcludente, arrabbiato e istintivo di certi personaggi di Osborne e quello riflessivo, meditato e soprattutto ironicamente sfottente del protagonista di Richardson, c’è una notevole differenza di peso, una differenza che (agli occhi di chi ne è fatto oggetto) lo rende più preoccupante, perchè originato da una maggior coscienza e consapevolezza. C’è nel film una scena, a questo proposito molto significativa ed ottimamente concepita, ed è quella in cui il protagonista, durante la corsa, passa in rassegna — in una specie di bilancio generale — i fatti salienti della sua vita: la morte del padre, le seconde nozze della madre, l’improvviso benessere che entra in tal modo nella famiglia, il furto del panettiere, l’arresto, l’internamento nel riformatorio, la vita di collegio, i favori goduti nella sua qualità di atleta numero uno, l’ipocrisia del direttore, la stupidità dell’assistente. Alla fine conclude che per tutto ciò non vale la pena di vincere la gara e si ferma, lasciando passare l’avversario tra l’ira del direttore e lo stupore delle petulanti signore in cappello. Rifiutando di conseguire la vittoria, Smith rifiuta il pericolo di essere spinto verso il conformismo, verso un atteggiamento di soggezione inconscia ai superiori, agli adulti, alla società, alle circostanze cui s’era sempre più o meno adeguato, fossero o no piacevoli, senza ri- flettere. Il suo gesto significa quindi la rottura di un flusso indeterminato di e-venti, la volontà di prendere coscienza di se stesso e del proprio rapporto con la realtà intorno, il desiderio di rimettere le cose in ordine cominciando da un punto fermo, da una scelta precisa. Meno chiari e meno interessanti sono invece al confronto gli altri films della rassegna. The carataker, un’opera di Clive Don-ner che trae origine dall’omonimo lavoro di Harold Pinter, è un tipico esempio di cinema dell'assurdo. Esso può suggerire delle considerazioni anche lusinghiere sulle qualità della regia, della recitazione, della resa cinematografica del testo, pur restando ciononostante un film privo di stimoli e di proposte. Non diverso è il discorso che si può fare a proposito di The leather boys di Sidney Furie, un regista di origine canadese la cui opera si muove spesso sul piano della commedia piuttosto leggera e divertente. La storia è quella di una ragazza-bambina che approfitta del matrimonio con un suo coetaneo per soddisfa re i capricci che in famiglia non poteva togliersi. Ne consegue una rottura col marito che si risolve alla fine del film. L’opera è fresca, briosa, divertente, movimentata per la buona partecipazione di Rita Tuschingham (quella di Sapore di miele) che è una attrice vivace e indubbiamente brava, ma non ha niente di nuovo tranne l'ambientazione nel mondo delle giacche di cuoio, pieno di potentissime moto, di grosse giacche di pelle appunto, di lunghe gimkane sullo sfondo di un paesaggio grigio e nebbioso che a Londra non deve essere difficile trovare. Ma, a parte il giudizio non positivo ed ovviamente opinabile che mi pare di dover esprimere su queste opere, resta salva l’affermazione che si faceva all’inizio e tanto Furie che Donner richiedono di essere visti con attenzione, allo scopo di arricchire il quadro del cinema inglese contemporaneo e di gustare una certa abilità non disgiunta da intelligenza che personalmente, lo ripeto, non ci interessa da vicino. 42