rende talvolta il giudizio meno severo. Un altro film che si ispira a questo genere di cinema, oltre al già citato Qualcosa d'altro, è Skopie 1963 presentato dalla Jugoslavia per la regia di Veljko Bulaijc: un buon lavoro sul disastro recentemente subito dalla cittadina, in cui si cerca di documentare il ricrescere della speranza, della fiducia, della volontà, dopo tanti lutti, lacrime e distruzioni. Skopie 1963 non è molto piaciuto ai protagonisti diretti delle tragiche vicende e ciò, si dice, per la mancanza di un discorso di prospettiva, ma chi ripassa oggi per quei luoghi può facilmente riprovare alcune delle sensazioni che già il film aveva saputo dare. Il tema dell'incomunicabilità, svolto alla maniera socialista, si agita al fondo di uno dei fìlms ungheresi. Ambrus è un giovane medico tutto preso dalla carriera e dal successo. Un giorno si accorge che questa sua smania di arrivare gli ha fatto perdere il contatto con gli uomini. Scopre allora la propria solitudine e tenta di evaderne in ogni modo: dapprima cercando legami tra un gruppo di amici intellettuali che passano il loro tempo libero tra musica d’avanguardia, proiezione di filmine sperimentali, discussioni, ecc.; poi presso il padre, nella vecchia casa di campagna dov’era vissuto da ragazzo. Ma con nessuno riesce a legare e alla fine se ne torna in ospedale consapevole che non negli altri, ma in se stesso risiede la capacità di superare il proprio isolamento, di cui ha scoperto anche le ragioni, mentre una canzone spiega che se si guarda il sole e gli occhi ne restano accecati, la colpa non è del sole ma degli occhi. Questa in breve la vicenda di Sciogliere e legare, il film ungherese diretto da Milkos Jancso che è tra i migliori giunti alla rassegna dai Paesi socialisti. Si tratta di un’opera abbastanza notevole soprattutto per aver indicato una delle vie attraverso cui è possibile superare certe negative esperienze del cinema precedente senza concedere più del necessario alla attuale moda europea. Il film, pur avendo l’aria un po’ impacciata di chi si trova a contatto con argomenti inusitati, svolge con serietà il suo discorso senza tralasciare tutte le possibili componenti. Una impressione deludente ha nel com- plesso suggerito Adieu Philippine di Jacques Rozier, che è giunto dalla Francia accompagnato da una serie di giudizi favorevoli. E per quanto si sappia che la nouvelle vaglie si comporta spesso come una organizzazione mafiosa sempre pronta a difendere e ad esaltare ogni prodotto dei suoi adepti, ci si aspettava da Rozier una prova più convincente. Ci sono stati, è vero, dei conflitti tra il regista e i responsabili della produzione, senza i quali, probabilmente, il film a-vrebbe raggiunto risultati migliori. Ma nella sua stesura attuale l'opera di Rozier è decisamente mediocre. Jean Claude Bonnardot, altro esponente della nouvelle vague, ha presentato, con Maranbong, il suo primo lungometraggio ed è stata la ennesima delusione offerta dal cinema francese, che ci ha ammanito, questa volta, la storia senza succo del teatro Maranbong, prima distrutto dai bombardamenti e poi ricostruito, in luogo sicuro, per rendere possibile la continuazione degli spettacoli anche nel bel mezzo della guerra. Poliorkia, di Claude Bernard Aubert, ha continuato la serie negativa della Francia, affiancata per l'occasione dalla Grecia, che ha partecipato alla produzione. Ambientato in Grecia, presumibilmente durante la guerra greco - turca, esso narra la strana vicenda di un villaggio ferocemente assediato dai turchi, i cui abitanti, anziché scegliere la via della resistenza e delle armi, decidono di far leva sulla compassione e sul senso morale del nemico facendosi uccidere uno dopo l’altro, finché il nemico, finalmente convinto (pensano loro) della propria crudeltà, abbandona il paese. In realtà la guerra era terminata qualche giorno prima. I sovietici, infine, hanno portato a Porretta due opere decisamente minori. Due nella steppa di Anatoly Efros, al suo terzo lavoro, è un film che tratta la storia di una amicizia (quella del giovane tenente Ogarkov e del suo secondino Dzlurabaev) e di un riscatto (quello di Ogarkov che, condannato per tradimento, mostra invece di essere un valoroso soldato e viene graziato). L’epoca è quella dell’ultima guerra e l'ambiente quello delle steppe meridionali russe trasformate in sterminati campi di battaglia. Una 45