vicenda come si può ben capire positiva ed edificante di stampo tradizionale. Tutto resta agli uomini di Gheorghij Natanson si avvale della recitazione di Nicolai Cerkassov, ma non risulta molto migliore del primo. L’unico elemento di interesse, è costituito da una disputa di carattere religioso - metafisico che si svolge tra il vecchio scienziato Dronov (Cerkassov) e il prete Serafin e che si conclude con una specie di inno al lavoro e alla necessità di bene operare su questa terra perchè « l’altra vita non esiste ». La Polonia con I loro giorni quotidiani di Aleksander Scibor - Rylski, l'America con Apen thè door and see all thè people di Jerone Hill, Cuba con Le dodici sedie (Las doce sillas) di Tomàs Gutierez Alea, non hanno offerto delle prove interessanti e di conseguenza hanno lasciato invariate le prospettive del Festival. I films fuori concorso, i cortometraggi, il “ new americati cinema „ e la retrospettiva della “ nouvelle vague „ A Porretta i lungometraggi in concorso occupavano solo una parte del Festival che era composto di molte altre pellicole proiettate nelle ore e nei luoghi più impensati. Da mezzanotte in poi, ad esempio, era possibile assistere nella sala del Circolo Culturale Porrettano alle esibizioni del barbutissimo Adam Sitney giunto daH'America a nome del « New American Cinema » e di « Film Culture » con alcune casse di bobine. Si trattava, lo si è visto poi, di una serie di opere sperimentali dovute ad un gruppo di giovani registi indipendenti che rispondono ai nomi di Ron Rice, Robert Flei-schner, Ken Jacobs, Jack Smith, Stan Brakage, Gregory Y. MarKopoulos, Bru-ce Conner, Robert Breer, Claes Olden-burg, Stan Van Der Beek, e altri ancora. Esprimere un giudizio su questi autori non è possibile, anche perchè Adam Sitney, che ha presentato la collezione in maniera molto stravagante e con discorsi semi - seri, non ha mai fornito, almeno nelle sue comparizioni pubbliche, quel minimo di indicazioni e informazioni che permettessero di dare al gruppo una sia pur sommaria collocazione di carattere culturale e artistico. Di conseguenza — posto che questi giovani si dedichino al cinema con intenzioni serie, il che a Por-retta non è stato sempre chiaro — è necessario rifarsi direttamente alle proiezioni, nel tentativo di scoprire qualche punto fermo. In mezzo, dunque, alle ovvie diversità di valore che si possono incontrare tra tante pellicole, alcune cose sembrano abbastanza comuni e sono: l’uso del cinema in funzione quasi sempre figurativa e solo qualche volta narrativa, la grande simpatia per il colore generalmente asservito ad esigenze estetizzanti, il rifiuto feroce di ogni forma tradizionale di linguaggio, il tentativo di applicare al cinema i criteri dell’arte informale, il desiderio di arrivare ad un cinema anti -cinematografico, l’uso esagerato di certi elementi tecnici come la sovrimpressione, la smisurata volontà di protesta e di ribellione che finisce per risolversi in un atteggiamento del tutto formale, intellettualistico e solitario, da cui dipende direttamente la estrema, assurda insignificanza di gran parte dei lavori presentati. A questo punto varrebbe la pena di chiedersi quali rapporti esistono veramente tra questi giovani e il « New ame-rican cinema » e perchè mai i rappresentanti di quest’ultimo non abbiano inviato alcuni dei loro registi più qualificati da Mekas a Cassavates, da Rogosin a Clarke, ma, come al solito, le spiegazioni di Sitney o non sono chiare, o non esistono affatto. Talvolta si arriva a credere che questi giovani americani possano in qualche modo giustificare l’assurdità delle loro composizioni, l’astrattismo più ermetico, il dispregio per le più elementari norme della sintassi cinematografica, con la lunga soggezione allo schematismo, alla sciatteria, alla semplicità banale di tutta la produzione hollywoodiana. Si tratterebbe in tal caso di un atteggiamento comprensibile, orientato per lo meno e, quel che più importa, non privo di un senso e di un significato in fondo apprezzabile. Altre volte, invece, pare che tutto questo abbia per scopo il divertimento puro e semplice di chi sta dietro alla macchina da presa, oppure il desiderio, abbastanza comune in questi tempi, di stupire gli spettatori e, magari, anche la critica. Ma quando ci si trova di fronte 46