esempi come Mothlinght di Brakage, che fotografa ali di farfalla e altri insetti precedentemente incollati ad un nastro adesivo, ogni ipotesi si rivela insufficiente e si ha la sensazione di aver a che fare con semplici cineamatori, sia pure di un certo livello. Questo però non ci ha impedito di scoprire tra gli altri alcuni lavori dei quali bisogna tenere conto, com’è il caso ad esempio di The fiower thief di Ron Rice e Twice a man di Markopoulos. Il migliore degli americani è stato comunque Kennet Anger che con Scorpio Rising ha spadroneggiato nel campo dei documentari presentando un lavoro sconcertante sui mistici della motocicletta, ai quali vengono contrapposti da una lato i miti della ideologia nazista e dall’altro il richiamo di un cristianesimo divenuto ormai inoperante. Anger, come in genere i registi americani, conosce bene le tecniche del documentario e si dedica a questo tipo di produzione nel modo più intelligente, ma corre spesso il rischio, per eccesso di oggettività, di cadere nella ambivalenza. Altri invece, e ormai noti del resto, sono i rischi che corre la nouvelle vague di cui la retrospettiva porrettana ha dato quest’anno una documentazione abbastanza vasta. Ma visto che non sarebbe possibile a questo punto tracciare un bilancio completo delle delusioni e degli entusiasmi che la nouvelle vague è riuscita a creare attorno a sè negli ultimi anni, sarà bene fermare il discorso sulle singole opere presentate, tra le quali molte sono sconosciute al largo pubblico. Bisognerà parlare subito di una delusione: quella di La tête contre les murs di Georges Franju che neppure la difesa par-tigiana e volonterosa fatta a suo tempo da Godard (Cahiers du cinema, n. 95) riesce a salvare da un giudizio decisamente negativo. Eric Rohmer con Le signe du lion ha lasciato al contrario una ben diversa impressione e, pur dovendo molto alla interpretazione di Jess Hahn, ha potuto fare un film interessante. Anche Drach con On n’enterre pas le dimanche e Rivette con Paris nous appartient hanno fornito delle prove intelligenti, ma non tali certamente da giustificare in qualche modo le sperticate lodi loro attribuite da una critica troppo generosa e interessata. Manca nel giovane cinema france- se la volontà di applicarsi attorno a temi vitali e di conseguenza la attività di questi registi si esaurisce nei giochi di intelligenza e nelle storie costruite a freddo, dove nella peggiore delle ipotesi, il ruolo di protagonista viene coperto dalla Parigi più insolita e affascinante, come accade spesso negli esempi citati sopra, sempre in grado di fornire degli ottimi spunti di ripresa ogni volta che il film attraversa delle pause di ispirazione. Ma a parte Tirez sur le pianiste, che è già entrato nei circuiti normali e Le petit soldat, che non s’è potuto vedere, le cose più interessanti della retrospettiva sono giunte dai medio e lungo metraggi, ai quali del resto risalgono la fama e la origine della nou-velle vague. Lettre de Siberie, Description d’un combat e La jet de di Chris Marker, Toute la memoire du monde e Le chant du sty-rene di Rcsnais, La pyramide humaine di Rouch, Actua-tilt di Herman, sono lavori che reggono bene a qualsiasi considerazione critica. Ma anche a questo proposito l’esperienza non ha fatto che confermare quel che già si credeva di sapere: vale a dire che i francesi e Resnais in particolare potevano considerarsi dei veri maestri nel campo del rinnovamento del linguaggio documentaristico europeo (gli americani infatti sono pure molto avanti su questo piano). L’intelligenza, l'arguzia, la inventiva, la novità che si trovano nel documentario di Resnais sulle biblioteche di Parigi (Toute la memoire du monde), la serietà e l’impegno di Herman nel suo film sui flippers (Actua-tilt), uno dei migliori in senso assoluto, oppure la tragica atmosfera che Marker ha saputo creare ne La jetée usando quasi soltanto delle immagini fisse, sono cose che, special-mente per chi è abituato alla nostra normale produzione, presentano dei notevolissimi pregi. Nel suo complesso, però, la retrospettiva porrettana ha confermato la esigenza di un ridimensionamento critico, per la verità ormai in atto da qualche tempo, di una esperienza, quella della nouvelle vague, che ha certamente dato dei notevoli contributi allo svecchiamento del linguaggio cinematografico, ma la cui consistenza culturale e artistica è stata spesso travisata, o artatamente gonfiata, da una critica troppo facile ai toni esclamativi (8). 47