critico e filologo che è Luigi De Nardis, cui tra l’altro andiamo debitori d’una pregevole traduzione dell’opera mallar-méiana. E ciò non soltanto per una ragione di carattere, per così dire, pratico e divulgativo — il prezzo del libro, eccezionalmente modesto, lo rende alla portata dì tutti — ma anche e soprattutto per motivi di carattere letterario: se infatti la traduzione di De Nardis ha tutti i crismi per essere considerata un punto fermo nel quadro delle traduzioni baudeleriane, altrettanta importanza essa riveste dal punto di vista metodologico. « Un’opera di traduzione, scrive De Nardis nella prefazione all’opera, è prima di tutto una manifestazione di fedeltà da parte del traduttore alla propria lingua, alla propria modernità, alla tradizione poetica su cui si è educato e in cui vive; la fedeltà agli originali, nel clima di violazione ed offesa che il tradurre comporta necessariamente, è di altra natura, è di natura critica... ». Per questa via il De Nardis respinge il concetto di fedeltà inteso in senso meramente esteriore, come può essere la ri-produzione della versificazione degli originali e la ricerca della loro stessa struttura metrica. Il concetto di fedeltà assume un significato ben più intimo; se si può parlare di obbedienza, è obbedienza a una legge interna, quale è in Baudelaire quella dell’aspirazione ad « una regola, ad una misura espressiva, sia nel linguaggio poetico, sia nel numerus ». Ed è proprio nelle preoccupazioni relative alla scelta del metro e del linguaggio atto ad esprimere lo spirito bau-deleriano, che il moderno concetto di traduzione propugnato dal De Nardis mostra l'insopprimibilità del momento critico. Vediamo di portare un esempio di questa sussunzione, diremmo propedeuticità, del momento critico rispetto a quello più eminentemente poetico, sì che i due momenti possano ben considerarsi come tempi diversi di quello stesso organismo che è la traduzione. Se sottofondo della poesia baudeleriana è il dolore, e tale dolore non si risolve solamente in un movimento di purificazione, di ascesa verso l’alto, ma penetrando alla radice delle cose, sovente le intorbida donando loro un aspetto di « fiori - malsani », è evidente che il porsi in questa dimensione critica fa rigettare come inautentica la scelta d’una versificazione classica, per e-sempio di stampo carducciano, così aulica e sicura e di conseguenza inadatta ad esprimere le sfumature, le ambiguità, le « imperfezioni » della poesia baudeleriana. E’ questo il motivo del volgersi denar-disiano verso la misura leopardiana, circolante nelle più riposte pieghe di questa traduzione e capace di abbinare i caratteri dell' efficacia e della suggestività Mezzo linguistico migliore non poteva esservi per la resa d’un poeta come Baudelaire tanto pertinacemente « cercato » quanto sistematicamente « alterato ». E non possiamo non esserne grati a De Nardis che con la sua decennale fatica ci ha dato un esempio di chiarezza metodologica e di efficacia poetica. UMBERTO ARTIOLI “ Poesie per chi non legge poesia,, di H. M. Hen-zensberger (Feltrinelli) E’ del 1957 la pubblicazione in Germania di Verteidigung der Wòlfe (difesa dei lupi) e in quell’anno, supponiamo, la critica tedesca si sentì liberata da un incubo: l'enorme presente di Bertolt Brecht. Il processo evolutivo della cultura era, evidentemente, ricominciato ed H. M. Henzensberger fu proposto come l’unico erede valido del poeta di Madre Coraggio alla attenzione dei lettori. La traduzione di Fortini e della Leiser, il binomio brechtiano di Einaudi, ci dà, in un certo modo, conferma della accezione di Henzensberger nella prospettiva critica che si diceva, anche da noi. Evidentemente i ertici tedeschi avevano fretta di superare l’impasse e Feltrinelli di pubblicare un libro di poesie, finalmente di successo (si pensi ai titolo!) se si è potuto, forse troppo facil- 86