Carlo Prandi I Appunti per una cultura come dialogo Il problema del dialogo nella cultura e nella società contemporanea è uno dei temi più sentiti, anche se si tratta soprattutto di un sentimento che non di una precisa presa di posizione, sui limiti e il modo del diologo stesso, da parte delle diverse correnti culturali del nostro tempo. In un'epoca nella quale il contrasto tra specializzazione e unificazione culturale tende, per la natura stessa dell’assetto capitalistico, a risolversi prevalentemente a favore della prima componente, non può non porsi un problema, a nostro parere vitale, come quello sopra accennato, e che, vissuto inizialmente al livello pratico dei rapporti umani, si articola contemporaneamente sul piano dei rapporti fra le diverse ideologie collegate con i settori, i gruppi, le classi della società in cui viviamo. Ora, la questione della specializzazione culturale e, in particolar modo, tecnicoscientifica, in una qualsiasi struttura sociale moderna è importante nella misura in cui lo sviluppo delle forze produttive e il loro conseguente inquadramento in un processo di « razionalizzazione », richiedono la formazione di un sempre più ampio e organico insieme di tecnici. Nelle società capitalistiche più avanzate, si cominciano già a delineare da parte dei sociologi le dimensioni di una « classe » composta dai tecnici direttamente operanti aH’interno del processo produttivo, della quale si predice da alcuni il prossimo avvento al potere. Che il peso dei tecnici stia aumentando non solo nei paesi capitalisti, ma anche nei paesi socialisti più avanzati (è questa, ci sembra, una delle componenti dei recenti avvenimenti di Mosca), è un fatto incontestabile. Senonchè il potere è un fatto per sua natura squisitamente politico, anzi è il momento stesso in cui si esprime di fatto la dimensione politica di una collettività, e, come tale, esso è collegato ad una ideologia rispetto alla quale le tecniche e le loro applicazioni hanno una funzione strumentale, quali che siano i modi con cui queste possono influire sull’ ideologia. Non ha quindi senso, a nostro parere, parlare di « tecnocrazia » perchè anche un potere in mano ad una ipotetica classe di tecnici si qualificherebbe innanzitutto in ordine alla destinazione della proprietà e alla scelta dei fini da raggiungere attraverso i suoi modi di produzione: di conse- guenza in ordine alla capacità di sviluppare quei valori che sono il patrimonio inalienabile del mondo moderno e che, sul piano storico, hanno il loro asse nelle due Rivoluzioni del 1789 e del 1917. Se Goldwater fosse arrivato alla Casa Bianca, i tecnici deirindustria aeronautica e degli armamenti gli avrebbero indicato, o imposto, orientamenti sul piano industriale che sarebbero stati inquadrati entro quei fini avventurosi che, come sappiamo, hanno costituito il tessuto della campagna elettorale del candidato repubblicano. Il rischio che corrono i tecnici e, in generale, tutti coloro i quali sono costretti loro malgrado o, peggio ancora, senza rendersene conto, a frazionare le loro conoscenze in una miriade di specializzazioni senza collegamento, è quello di 3