perdere ogni possibilità di giudizio autonomo e di essere ridotti al livello di puri gregari. Nella società borghese tale rischio sta diventando in diversa misura un fenomeno preoccupante (in Italia ha già trovato il suo portavoce in E. Zolla con le sue reazionarie geremiadi contro la « massificazione »), per cui se sul piano politico è possibile combatterlo spezzando alla radice il meccanismo economicistico che sottende la dinamica capitalistica, sul piano ideologico è necessaria una nuova impostazione del problema della cultura che da una iniziale apertura umana e dialogica si orienti verso un superamento di posizioni « monistiche », settoriali, dogmatiche, clericali in modo da promuovere un dialogo unitario in cui l’autonomia delle singole voci e delle singole dimensioni sia intravista e rispettata nella coscienza dell’uomo proprio perchè chiarite in una consapevole visione prospettica. Sono lontani i tempi in cui J. Benda, denunciando « la trahison des clercs », implicitamente riconosceva agli intellettuali una funzione privilegiata, un compito di saggezza e di guida illuminata. Erano, d’altra parte, gli stessi tempi in cui A. Gramsci proponeva nella pratica e nella teoria una nuova figura d’intellettuale affermando che: « Il processo di sviluppo è legato a una dialettica intellettuali - massa; lo strato degli intellettuali si sviluppa quantitativamente e qualitativamente, ma ogni sbalzo verso una nuova ampiezza e complessità dello strato degli intellettuali è legato ad un movimento analogo della massa dei semplici, che si innalza verso livelli superiori di cultura e allarga simultaneamente la sua cerchia d’influenza, con punte individuali o anche di gruppi più o meno importanti verso lo strato degli intellettuali specializzati »(1). «Il problema della creazione di un nuovo ceto intellettuale consiste pertanto nell’elaborare criticamente l’attività intellettuale che in ognuno esiste in un certo grado di sviluppo, modificando m suo rapporto con lo sforzo muscolare - nervoso verso un nuovo equilibrio e ott& nendo che lo stesso sforzo muscolare -nervoso, in quanto elemento di un’attività pratica generale, che innova perpetua-mente il mondo tìsico e sociale, diventi 11 fondamento di una nuova e integrale concezione del mondo » (2). Diverse correnti della cultura contemporanea sembrano voler superare lo sta dio dell’astrattezza e dell’intellettualismo per una più ampia coscienza storica dei loro compiti, consapevoli ormai che le sorti della cultura sono profondamente collegate ai grandi movimenti, ai fermenti, alle spinte che vengono da sempre più ampi strati popolari del vecchio e del fiuovo mondo. Una cultura che, per pregiudizio di alasse o in funzione di ideali astratti, non si apra alle esperienze, in tutta la loro durezza e complessità, del mondo socialista, oppure che, per pregiudizio etnocentrico (non di rado sconfinante nel razzismo), ritenga di non aver nulla du attingere dalle civiltà che fino ad ien sembravano escluse dalla storia perche apparentemente incapaci di proporre valori all’occidente, è una cultura già minacciata d’anchilosi e sostanzialmente anacronistica. Ce ne stiamo rendendo contro proprio in questi giorni: mentre i paras belgi e antlcastristi, con la piena solidarietà dei paesi della NATO (i cui organi governativi e di radiodiffusione parlano di « azione umanitaria ») stanno massacrando e provocando massacri presso le popolazioni della repubblica congolese di Stanleyville, come reagiscono quegli intellettuali la cui nozione di civiltà è tuttora racchiusa entro la muraglia cinese dell’occidente europeo e « cristiano ». E’ tramontata l’epoca in cui il colonialismo poteva mascherare l’uso sistematico del pugno di ferro dietro il mito di un’Africa barbarica e « prelogica » da portare al livello della Civiltà e della Ragione. Ciononostante, oggi, mentre la maggior parte degli stati africani hanno i loro rappresentanti che siedono al Pa- 4