lazzo di vetro sugli scanni delle nazioni « civili » e i loro vescovi in S. Pietro sono attivamente partecipi della vicenda conciliare, si assiste al tragico spettacolo che sta dando di sè l’Europa nel Congo senza che il filisteismo di larga parte degli intellettuali della borghesia laica e cattolica venga minimamente scosso. Per l’Italia possiamo dire che se il clima instaurato dal clima dominante non ha abolito la libertà esterna, ha certamente contribuito ad addormentare una notevole frazione degli intellettuali smussando le punte, svuotando le spinte più avanzate e, coerentemente, mantenendo le strutture scolastiche a livelli e contenuti arretrati. Per renderci conto di tutto questo basterà osservare gli interessi culturali e le tendenze politiche prevalenti presso le categorie degli insegnanti. Si può dire che, salvo le eccezioni, in questi venti anni del dopoguerra le correnti più vive della cultura italiana sono state quelle collegate con le sinistre e, dopo la splendida parentesi roncalliana (rimasta sostanzialmente aperta, come dimostra l’andamento dei lavori al Concilio) quei gruppi di cattolici, che, sorti in molte città, a volte intorno a riviste di notevole livello, manifestano una insolita vivacità e serietà d’impostazione, convinti che « ... ogni qualificazione politica è vana o addirittura impossibile se alla base del mondo cattolico un rinnovamento culturale e di coscienze non prepari i cattolici stessi ad un giudizio dei fatti e degli uomini più avvertito delle circostanze storiche, alieno da ogni facile contrapposizione fra le forze del bene e le forze del male in termini esteriori e meccanici... » (3). Abbiamo poc’anzi accennato alla necessità di una nuova impostazione del problema della cultura, anzi ad una rielaborazione stessa del concetto di cultura rivolta ad approfondirne la struttura interna, ad eliminarne le attuali e potenziali strozzature, ad enuclearne, infine, il sostanziale contenuto prospettico - dialogico. Alcuni sintomi in questa direzione sono manifestati dalla tendenza, da più parti affiorante, rivolta al recupero da parte della cultura di una sua autonoma dimensione. E’ certo questo un fenomeno collegato al superamento del periodo della guerra fredda, durante il quale si chiedeva, o si imponeva, agli intellettuali militanti una scelta precisa, per la quale la partitarietà della cultura si manifestasse nelle forme esterne della subordinazione del lavoro culturale alle contingenti esigenze della lotta politica o della crociata pseudoreligiosa. L’esigenza del dialogo sembra affiorare oggi all’interno stesso delle singole correnti sotto forma di dibattito, a volte aspro, fra posizioni di apertura, che potremmo definire pluraliste, e posizioni di geloso integralismo. Ora questi dibattiti, questi tentativi di andare oltre il sistema testimoniano, come ha sostenuto G. Della Volpe: « ...dello stato d’animo di larghe sfere della cultura del nostro tempo di transizione, di questa nostra società borghese e (per tanti aspetti) post -borghese: e quindi sono presumibilmente destinati ad agire efficacemente in un certo senso... In che senso? Nel senso, nella direzione, diciamo, di quelle tendenze sincretistiche di cui la storia umana ha già fatto esperienza così gloriosamente in altre, capitali, epoche del suo faticoso svolgimento: di quelle tendenze, cioè, in cui le ideologie e le fedi morali più diverse coesistono e sommano le loro virtù per soddisfare nient’altro che i complessi — e contrastanti — bisogni della coscienza umana in certe epoche. Perchè, riconosciamolo, la storia, la storia reale, sociale e politica, spesso trascura la coerenza interna e il rigore dei sistemi filosofici e delle culture relative per utilizzare tutto e insieme (contro ogni formale coerenza) ciò che gli uomini, i più distanti hanno pensato in qualche modo nell’interesse degli uomini stessi in generale » (4). D’altra parte tutta l’impostazione della « Pacem in terris » e la sua stessa destinazione (agli uomini di buona volontà) 5