A proposito della XXXII Biennale di Venezia a cura di Renzo Margonari La Biennale di Venezia si è chiusa da poco, ma le discussioni che ha originato non accennano a diminuire. La massima rassegna nazionale, una delle maggiori del mondo, segna un momento di crisi profonda per l’arte italiana, proprio nel momento in cui più che mai evidenti sono i sintomi di maturità e di ripresa, una crisi avallata dalle maggiori autorità religiose veneziane, da un sempre ligio ministro, la cui competenza non solo è dubbia ma priva di qualunque elemento informativo. E non basta: la defezione del Capo dello Stato dalla cerimonia inaugurale fa pensare ad un grave dissenso ed a una aperta condanna da parte degli organi tutori. Eppure questa è di gran lunga la Biennale migliore che sia stata organizzata negli ultimi otto anni. Ma la colpa non è dei pittori: nè dei pittori e scultori in genere, nè dei pittori e scultori italiani, anche se la premiazione darebbe maggior responsabilità alla pittura che non alla scultura. Tra l'altro — eccezion fatta per Iposteguy, Kemeny, Gonzales, Colla — niente è più squallido, e ciò si ripete da ben tre Biennali, della partecipazione degli scultori. Uno Statuto che risale ancora al ventennio nero mutila le possibilità di sviluppo e di rinnovamento della grande rassegna internazionale. Promesse sono state fatte a più riprese; assicurazioni dei ministri competenti; lettere — che sono state persino pubblicate — di sensibile risposta a petizione come quella uscita da Seie - Arte anni fa; tranquillizzazioni in decine di occasioni (soprattutto elettorali), ma siamo ancora allo Statuto fascista. Quest’ anno poi si sono aggiunte le pressioni dei censori, sollecitate dal clero, affinchè alcuni artisti ritirassero opere ritenute lesive del pudore. Non abbiamo visto, cosi, i quadri migliori di Baj, il quadro migliore di Guerreschi — dei quali è stata persino abolita la distribuzione delle fotografie — il miglior quadro di Vacchi. Nei padiglioni stranieri c’era ben altro: allusioni falliche, figurine intente a pratiche onanistiche naturalisticamente dipinte, ma nessuno le ha viste. Insomma i quadri « osceni » erano solo italiani. A queste avvilenti imposizioni i pittori, loro malgrado, si sono assoggettati protestando. C’è stata la « pop-art », che ha dominato l’attenzione critica e mondana. Agli americani si è permesso di allestire alcune sale della mostra nella sede della loro ambasciata. Tra un po’ la Biennale la vedremo seguendo una cartina che ci dia indicazione degli orari e numero dei vaporetti che portano alle varie ambasciate, o l’organizzazione metterà a disposizione di ogni critico una gondola con gondoliere paludato ammodo? Con questa concessione si è creato un deplorevole precedente. Ogni sorta di favoritismo da parte italiana ed ogni dispendio di mezzi sono stati impiegati da parte statunitense per il trionfo della « pop-art » e l’assenza del Capo dello Stato, contemporanea alla presenza del ministro americano, hanno fatto pensare, per quanto l’ipotesi sia assurda, ad una intenzionale congiura. Gli americani hanno vinto. Per gli italiani nessun premio di pittura. Mai le sale italiane hanno messo in 15