risalto come quest’anno una tanto valida scelta di artisti, tra i quali si distinguevano in particolare alcuni giovani. Come abbiamo già detto in un nostro articolo (« Gazzetta di Mantova», 19 luglio 1964), gli italiani si sono presentati alla Biennale con le carte in regola, decisamente superiori a qualunque altro schieramento. Il fatto era dovuto ad una minor faziosità, nei riguardi delle tendenze, e ad una equa (anche se spesso opinabile) ripartizione tra giovani e anziani. Alcune presenze erano del tutto inutili e qualcuno a-vrebbe dovuto avere una sala al posto di una parete. Nel complesso, però — salva, ancora, l’elefantiasi che permane nel padiglione italiano causa la Mostra dei Musei, valida come iniziativa, ma comprimente il poco spazio a disposizione dei troppi invitati — possiamo affermare che il marcio della mela non è in queste debolezze che in fondo si verificano ad ogni edizione. Ancora una volta abbiamo ceduto, facendo tanto di cappello, il passo alla critica straniera che continua, senza tanti scrupoli — e del resto ci sorprenderebbero, vista la nostra indifferenza — a farsi la parte del leone, anche se ormai l'arte d'oltralpe, quando noi si è in grado di allineare un Guerreschi e un Ferroni, un Vacchi e un Cremonini, ha ben poco da insegnarci. Poi ci lamentiamo che da noi non esista un mercato disciplinato che faccia urto sulla borsa valori dell’ arte. Mettiamoci nelle vesti dei nostri mercanti che spesso agiscono per pura filantropia (non è un paradosso: potremmo esemplificare), che non sono minimamnete coadiuvati dal Governo e che la critica nostrana danneggia, esaltando artisti stranieri che valgono meno dei nostri e rafforzando i loro mercanti che cercano di strozzare la nostra arte sul nascere. Queste nostre considerazioni, per forza non dettagliate e non concernenti che i problemi più appariscenti, resisi evidenti all'apertura della XXXII Biennale, non vogliono che tracciare un breve cenno dei principali motivi di dibattito sui quali abbiamo inteso raccogliere testimonianze da parte di alcuni elementi competenti, scelti con preciso criterio rispettivamente fra artisti con una sala, con una parete, con l’aggiunta di un critico non allineato e un mercante non interessato ai giochi di corridoio Se avessimo scelto artisti tratti da una sola categoria e critici o mercanti interessati, non avremmo avuto certamente risposte tanto franche quanto quelle che possiamo pubblicare. Un raro impegno senza compromessi, ad esempio, risulta dalle risposte di Mozzambani. Molto si è discusso sul permanente congelamento dell’U.R.S.S. in materia di arte figurativa. Anche i giornali di sinistra, ed in particolare quelli comunisti, hanno abbandonato il riserbo abituale ed hanno apertamente criticato il fatto. Sull’argomento ci siamo già espressi nell’articolo già citato ed al quale, per i dettagli, rimandiamo i lettori. Quasi all'unanimità si è protestato (ma ne valeva la pena?) contro l’articolo apparso sulla « Pravda » che commentava sarcasticamente la Biennale di Venezia. Il lettore medio, però, non ha potuto rendersi direttamente conto del tenore del « pezzo » in questione. Anche se è vero che i russi hanno inventato praticamente il linguaggio astratto — cosa, del resto, che dovrebbe indirizzare in altro senso le meditazioni del critico sovietico — non possiamo che rigettare l'assurda impostazione dell’articolista. Abbiamo pensato di offrire la traduzione dell'articolo, e ringraziamo per questo gli amici Giorgio Carpi, che ci ha fatto pervenire la copia della « Pravda », e Vladimiro Bertazzoni, che ne ha curato la traduzione. Il lettore — se è dotato di sense of humor — troverà di che divertirsi: non certo nella direzione voluta dal critico russo. Infine, abbiamo ritenuto utile — poiché la pubblicistica sulla XXXII Biennale è pressoché esaurita, e quindi completa — segnalare le riviste che vi hanno dedicato particolare attenzione e i migliori interventi, in modo che si possa, quando interessi, verificare le varie posizioni essendo nell’elenco rappresentata la quasi totalità dei critici di una certa autorità. 16