inchiesta Invitati: Leonardo Cremonini, pittore con una sala; Giuseppe Guerreschi, pittore con una sala; Concetto Pozzati, pittore con una parete; Enzo Ferrari, direttore della Galleria Ferrari di Verona; Alessandro Mozzambani, poeta e critico d’arte. IL PORTICO — Come giudicate la non assegnazione di un premio ad un pittore italiano? GUERRESCHI — L’assegnazione o, in questo caso, la non assegnazione di un premio, dagli internazionali ai secondari, è quasi sempre frutto di compromessi, manovre e pressioni. A Venezia, qualora ce ne fosse stato bisogno, ne abbiamo avuto la dimostrazione più lampante, la conferma più esplicita. Per questo penso che tutti, artisti, critici e pubblico, dovrebbero una buona volta considerare i premi per quello che veramente sono: riconoscimenti cioè, data la « serietà », la « obbiettività » ed il « disinteresse » con cui vengono attribuiti, che non rappresentano, dal punto di vista della cultura, scelta indicativa di valori alcuna. POZZATI — In questi casi è difficile essere obbiettivi! E’ chiaro che con due nomi di gran livello come Guidi e Cagli la Giuria si sia trovata a disagio nel doverne scegliere uno. A parte le mie preferenze (che sono tutte per Guidi) posso anche capire l’atteggiamento della Giuria trovandosi di fronte a un vero Maestro di ieri e « grosso pittore » di oggi come Guidi ma obbligata a considerare, al tempo stesso, l’importanza culturale che ha sostenuto un Cagli. Solo non vorrei che la mancata assegnazione (si poteva sostenere maggiormente un Vacchi o un Novelli ad esempio) creasse un precedente. Un ex-aequo però sarebbe stato ancora più assurdo. Per Guidi si poteva ricorrere alla « formula - medaglia » ma questo sarebbe risultato più liquidatorio per un uomo-artista così fortemente impegnato (ancora!) nella nostra realtà e dimostra che il Maestro non fa parte, per Sua grande e voluta fortuna, a nessuna generazione ed è più giovane (col coraggio per- sino sperimentatorio) di molti di noi. FERRARI — Non posso, onestamente, condividere la decisione presa dalla Giuria della Biennale di non assegnare il premio di pittura ad un artista italiano. Se poi consideriamo come, in generale, sono stati ripartiti i premi, mi sembra di poter affermare che non abbiamo ancora smesso di considerarci dei « colonizzati culturali » e non abbiamo perso il vizio di far tanto di cappello agli stranieri, comunque sia. MOZZAMBANI — Che alla Biennale sia accaduto che non sia stato assegnato il premio non è un fatto di per sè opinabile, caso mai piuttosto è censurabile l’inverso, ossia che si sia sempre assegnato il premio a pittori italiani. Dalla fine della guerra ad oggi si notano già ilari, o tragici, squilibri dovuti a scelte del tutto provinciali, o addirittura locali. Penso che Cagli meritava il premio e con l’opportuno coraggio anche qualche pittore più giovane. Dove dissento completamente, fino alla irritazione, è in quel bissare il premio della scultura, cioè premiare due scultori invece di uno in una rassegna scadente e formalista della plastica nazionale a Venezia. Lo stesso Colla, ossia la presenza più stimolante, sapeva molto di ricupero nell’ambito delle esperienze d’avanguardia espressesi sino a circa il 1950. IL PORTICO — Credete che la «pop-art » sia fenomeno di costume di scarsa o relativa importanza, o che si tratti di cosa decisiva, che possa avere sviluppi nel futuro dell’arte in genere ed europea in particolare? POZZATI — Di artisti « pop » a Venezia ce ne sono solo due e mezzo e non tutta la Biennale, o tutti gli Americani, come, ingenuamente, la maggior parte della Critica ha sbandierato. Si è premiato, giustamente un artista (Rauschenberg) che ha precedenti precisi e componenti che vanno da De Kooning a Hoffman e da Switters sino al nostro Burri; in più inserisce — questa è la sua caratteristica — l’elemento sorpresa, l’elemento preso a prestito nella sua brutale anonimità co- 17