me l’orologio, l’aquila impagliata, ecc. Penso sia più giusto « classificarlo » (le classificazioni, purtroppo, fanno ancora comodo) come uno dei maggiori protagonisti del New Dada, piuttosto che un « pop ». Rientrano, invece, nella corrente i Dine e gli Oldenburg e, parzialmente, l’inglese Tilson che però si differenzia sostanzialmente dai due artisti americani. La « giovane scuola romana » non la si può identificare con quella americana perchè i suoi esponenti credono ancora al talento individuale e alla qualità; cioè sono ancora abituati a « contemplare » gli emblemi anonimi che la società ci offre quotidianamente. Avranno sviluppo solo alcune componenti « pop » ma saranno sempre modificate e inserite in contesti divergenti dalle intenzioni degli artisti a-mericani; cioè saranno confrontate e messe a « giudizio ». In Europa sarà impossibile che si sviluppi un fenomeno totalmente « pop » anche perchè non ci sono i diagrammi sociali che lo « richiedono ». FERRARI — Il « pop-art » è certamente un fenomeno importante soprattutto per ciò che potrà dare in altre sfere culturali che non siano la pittura dove non credo avrà un grande sviluppo; special-mente in Europa. Penso, in definitiva che il « pop-art » avrà, semmai, sviluppo negli Stati Uniti e forse tra una stretta élite internazionale. MOZZAMBANI — La « pop-art » è un fatto anche importante, mai però un fenomeno. E’ un momento di transizione e non risolve che un minimo delle necessità espressive e contenutistiche dell’arte attuale. Ha una sua spinta valida e positiva soprattutto, e forse uno stimolo negativo come limite. Non è una manifestazione di costume nè di primaria e tantomeno secondaria importanza: ma un altro aspetto della ricerca artistica. Ciononostante è tipicamente americana e allora è possibile, ma solo marginalmente, inserire il costume. Faccio un esempio che una amica mi ha intelligentemente suggerito: a Verona ci sono molte famiglie di ufficiali, e graduati di truppa, della N.A.T.O.; ebbene, proprio dove abito, nel giorno della commemorazione dei defunti, da una finestra d’un appartamento occupato da americani, appeso ad un filo, stava un teschio ben dipinto su della tela nera. GUERRESCHI — Attualmente forse è entrambe le cose. La « pop-art » infatti mi sembra un fenomeno degno di particolare interesse proprio per quello che potrebbe essere e non già per quello che oggi è. Dipenderà quindi dalla consapevolezza degli artisti di ridurla o meno a manifestazione secondaria di costume o di farla diventare un’arte che virilmente si innesti nelle radici della realtà, una autentica espressione di demistificazione, di costruttiva ribellione (ribellione che di persona si paga e che solo convinzioni profonde e scopi reali ed umani possono dettare ed imporre). Un’arte che, per limitarci alla versione americana, non ci renda ed esprima esclusivamente, supinamente subito, il mito da luogo comune, « ufficiale » (non per nulla « per la prima volta il Governo degli Stati Uniti si è assunto ufficialmente la responsabilità della sezione statunitense e ne ha posto la presentazione sotto i propri auspici ») del benessere e della prosperità, ma ci riveli anche l'altra faccia dell’America, quella altrettanto vera e che maggiormente conta, quella delle aspirazioni e dei conflitti, l’America insomma dei grandi problemi. IL PORTICO — Vorremmo sapere quale tra i giovani artisti italiani, che si sono rivelati la parte più vitale della Biennale, vi abbia maggiormente interessato, e quale tra gli espositori stranieri. FERRARI — Debbo premettere che risponderò limitatamente a questa domanda poiché ho visitato la mostra che era ancora in corso di allestimento e probabilmente mi saranno sfuggite alcune cose. Tra i giovani ho ammirato Baj e mi sono interessato a Pozzati, mentre tra gli stranieri credo di poter indicare il premiato Kemeny e Appel. MOZZAMBANI — E’ difficile fare un nome solo, forse nemmeno necessario. Direi Pozzati, sebbene a Kassel alla Documenta fosse anche più convincente. Pure Aricò, Bellandi, Ferroni, Recalcati, e-rano stimolanti e con loro i giovani romani: peccato (e l’ho già ribadito in altra sede) avessero tutti costoro poco spazio, troppo poco spazio. Voglio sottolineare che l’opportunità del discorso si sposta facilmente dal piano della qualità a quel- 18