lo dell’attualità, e in questo senso Guerreschi (che aveva una sala) m’ha sorpreso inserendo colori vivi e popolareschi nel contrasto della raffinata espressività del suo segno grafico, nel denso decadentismo che appare dentro le umane tragiche ironie. Forse è proprio Guerreschi (come l’artista più scopertamente di sinistra) che riesce a consumare nel suo lavoro le antinomie e i dubbi di tutti noi, perciò pur discordante la sua personale era attuale e necessaria, voluta fino in fondo, e con i rischi sostanziali e non di apparenza reclamistica. GUERRESCHI — Il più dotato tra i giovani artisti presenti nel padiglione italiano mi è parso Sergio Vacchi (anche se obbiettivamente devo dire di non condividere buona parte dei suoi interessi). Tra gli stranieri mi hanno interessato lo scultore francese Jean Ipoustéguy e il pittore canadese Harold Town. POZZATI — Tre nomi, almeno, per i giovani italiani: Vacchi, Novelli e Aricò. Rauschenberg, per gli stranieri. IL PORTICO — Ritenete che la situazione attuale delle arti figurative sia definibile, come si fa in molte occasioni, come una situazione di crisi? MOZZAMBANI — La mia idea di crisi è che la crisi sia un fatto estremamente necessario, e non solo per l’arte. Ossia per crisi intendo sviluppo, tensione, ricerca, disponibilità ai risultati prima ancora che ai loro valori eventuali. In questo senso le arti figurative (e non solo) sono in crisi. Per dare un risalto efficace alla domanda sul piano negativo di crisi dirò che molti artisti sono in crisi e quasi tutti di grosso nome, cioè quelli a cui fortuna, contingenze o un’unica scoperta espressiva, avevano beneficato la notorietà. GUERRESCHI — Non è che oggi le arti figurative siano più in crisi di qualche anno fa. Forse si sono spostati, o sono stati sostituiti da altri, i termini e la natura stessa della crisi. Tuttavia mi pare che un passo in avanti, positivo, sia stato fatto: l’uomo è uscito dalla gabbia di Bacon e dal groviglio di angoscia di Giacometti e si è posto di fronte agli altri, alle cose, al mondo. Ora si trova nello stato di shock causatogli da questo urto. POZZATI — E’ dal Rinascimento che ci sono momenti di crisi. La nostra epoca non è il periodo dei « grandi uomini » individuali e — la pittura, come tutte le manifestazioni creative, è un fenomeno culturale solo se è collettivo — penso sia più positiva di molte precedenti. FERRARI — Se c’è una crisi essa è una crisi di sviluppo, di crescita, non una crisi paragonabile, come molti ritengono, alla crisi del manierismo del 700. Non si tratta, per noi, di decadenza ma di poca chiarezza nell’urgere di proposte tra loro discordanti ma, ritengo, valide e importanti per il futuro deH'arte. IL PORTICO — Dopo l'offensiva « ufficiale » degli U.S.A. iniziata a Venezia, a favore della loro arte nazionale, pensate che sia utile la tutela dello Stato o sia preferibile la non ingerenza del Governo Italiano, non ingerenza che però acquista tutti i crismi della colpevole noncuranza? GUERRESCHI — Personalmente sono, nel modo più deciso, contrario ad una politica artistica da parte dello Stato, perchè, inevitabilmente, si verrebbero a creare tutti quegli inconvenienti, interferenze ed errori propri di ogni « ufficialità ». POZZATI — Desidererei che l’Autorità costituita rispettasse il giusto giudizio degli esperti. In quanto ad una politica artistica ufficiale non è detto che sia sempre auspicabile (si veda, come esempio estremo, 1’ « ufficialità » del padiglione russo). FERRARI — Lo Stato deve interessarsi ai problemi dell’arte. Nella nostra società la cultura deve considerarsi un servizio pubblico e, come tale, deve avere tutta l’attenzione e le cure degli organi competenti. Non mi auguro, però, che questo interesse divenga poi ingerenza. Deploro l’attuale disinteresse, ma non vorrei che lo Stato potesse, in futuro, interferire nello sviluppo artistico. Per una valida riforma basterebbe dare altra destinazione al miliardo che viene disperso in premi e premietti senza alcun significato durante un anno. Con un miliardo all’anno si può dotare a turno le città d’Italia, tre per volta, di un museo d’arte moderna con ogni ben di Dio di attrezzature, personale, disponibilità di acquisti, archivio, ecc. 19