“CARNEVALE TRAGICO,, di N. Abalkin A Venezia si è aperto il carnevale... Non somiglia minimamente agli antichi carnevali veneziani l'eco allegra e chiassosa dei quali ci è stata tramandata dalle meravigliose commedie di Goldoni e Gozzi. Questo, invece, è un carnevale tragico. Il carnevale della miseria spirituale. Il suo nome ufficiale — XXXII Mostra Intemazionale di Pittura, o, come dicono qua, Biennale — non salva la situazione. Alla mostra, dedicata all’arte contemporanea, è difficile trovare autentiche opere d’arte. Esse sono offuscate dalla sinistra danza delle buffe maschere carnevalesche. Che cosa è stata esposto questa volta alla biennale di Venezia? Prima di rispondere a questa domanda bisogna assicurarsi la piena fiducia del lettore. Egli potrebbe anche non credere che ammassi di metallo contorto, mobili rotti, cofani d’auto schiacciati, biancheria da letto sporca, pianoforti fracassati, macchine da scrivere mutilate, pezzi di « réclam » e di manifesti incollati su tela rappresentino, secondo gli organizzatori della mostra, l’ultimo grido dell’arte del nostro tempo. Lo stesso scrivente non avrebbe voluto credere a tutto questo, ma non c’è niente da fare, egli deve scrivere quello che c’è. Il primo, il più onorifico premio internazionale della Biennale, è stato assegnato all'americano Robert Raushenberg. Per che cosa?... Per alcune macchie colorate su di una grande tela bianca. Per un secchio sporco, schiacciato, raccolto non si sa dove, e attaccato con una catenella a una specie d’impianto su rotelle. Per una coperta e un cuscino macchiati di colori. Per una vecchia, logora specie d’uccello impagliato. Per di più cornimi orologi a pendolo inchiodati a un quadro astratto. Per la più comune scaletta portatile di legno inchiodata fra due tele che non dicono nulla. Tutto questo ciarpame poco attraente, arrivato da oltre oceano, non senza ragione è stato così largamente ricompen- sato a Venezia. Non si ottiene alcuna estetica da un secchio per immondizie gettato in un luogo di scarico. Ma in compenso si possono ottenere abbastanza quattrini. Non a caso esso è stato acquistato, e non per poco, da un privato collezionista milanese. I commercianti d’arte hanno autorevolmente dettato la loro volontà e sotto la loro pressione il pittore americano — ma è poi un pittore quello? — è risultato il primo artista della Biennale. Il valore in borsa di quest’arte, continua ancora fintanto che è quotato l'astrattismo. Ma esso ormai, ha esaurito tutte le sue possibilità. Si è avvicinato alla soglia della propria tomba e fa ora accaniti tentativi per restare in superfìcie ad ogni costo, per non precipitare nella fossa. Ieri l’astrattismo fieramente e presuntuosamente predisse al mondo grandi scoperte negli sviluppi artistici dell’umanità, ma oggi è costretto a riconoscere in pieno la propria totale debolezza. Non in virtù di una vita facile sono costretti ora gli astrattisti a mettere nei loro quadri particolari del tutto realistici, persino materialistici. Hanno combattuto, combattono questi inarrendevoli « non figurativisti » coi « figurativisti », e hanno perso: vuoi o no, ma la vita costringe a riconoscere che il mondo è figurativo, cioè reale, quindi ha bisogno di un’arte figurativa, ossia realistica. E tuttavia gli astrattisti ancora non si accingono a deporre le armi. Ma essi non hanno niente per cui combattere. Niente!... Essi non hanno nobili ideali che ispirano l’uomo, la loro arte non ha un linguaggio che desti negli uomini l’energia dell’azione, sentimenti migliori e impulsi più nobili. Quest’« arte » non ha un ideale, non ha un linguaggio. E chi organizza un’arte simile che non dice niente, è la società cui manca una prospettiva storica. Si può dire che tutto l'astrattismo contemporaneo sia uscito dal lontano « Quadrato nero » di Malevic’. Era un quadrato geometricamente perfetto e con la dili- 23