« Può darsi che una bruna sia una tavola, e una bionda sedia? La bruna un letto, la bionda uno scrittoio? La bruna un tappeto e la bionda una tenda?... Tutto ciò non è molto rassicurante e certamente fatto non per tranquillizzare. E non affrettatevi tanto a sorridere perchè rischiate di restare con tanto di naso ». Ebbene! L'arte deformata provoca reciprocamente una critica deformata. Alla XXXII Biennale la moritura arte astratta ha ricevuto un formidabile sostegno. Essa ricordava solo una tardiva, ormai inutile bombola di ossigeno al capezzale di un moribondo. I musei e le gallerie nazionali di molti paesi — USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, Svezia, Austria, Belgio, Norvegia, Germania Federale, Svizzera — hanno portato a Venezia mostruose creazioni astratte quasi desiderosi di dimostrare che questa arte menzognera è diventata ora parte integrante della vita spirituale della società contemporanea, che di essa non si può fare a meno. Ma pare, ci sia posto non solo per l’astrattismo e a dargli il cambio è arrivata un’altra ancor più bizzarra varietà di modernismo borghese: la « pop - art ». La traduzione del termine significa nè più nè meno che... arte popolare! Ecco a cosa si è arrivati. In realtà la « pop-art » è infinitamente lontana da qualsiasi for ma d’arte. Ma in essa è ora riposta la speranza ed ecco perchè il fondatore della « pop - art » Robert Raushenberg è diventato il leader della Biennale. La « pop - art » è coltivata sul terreno americano. Ed è per questo che per farla, conoscere è stata allestita, nel Consolato Americano di Venezia, una succursale della Biennale sui generis. E’ impossibile riconoscere in quella filiale una mostra d’arte. E’ piuttosto il bando d’un rigattiere. Qui tutto passa per arte anche se il risultato di quest’arte non puoi chiamarlo nè quadro, nè scultura, nè acquerello, nè incisione. Sul fondo di una oscura parete si stacca pendente una pala di carbonaio, la più comune, appesa alla più comune catenina — ammirate, questa è un’opera d’arte! A una tela dipinta grossolanamente è attaccata la trave più comune con la più comune accetta piantata — ammirate dunque, questa è un’opera d’arte! In un an- golo c’è il più comune fornello a gas con la più comune casseruola — ammirate, ammirate, ammirate ancora chè di fronte a voi c’è l’opera d’un’arte innovatrice! Ed eccovi un altro campione; è quasi una completa installazione di una toelette con carta igienica e portasapone con saponetta compresa. Pure questo passa per opera d’arte. E per non avere alcun dubbio al riguardo esso appare nel catalogo ufficiale della mostra, esposto nella sede consolare sotto la bandiera afnericana. In una parola l’America scopre l’America nel campo dell’arte. Ma non c’è niente da scoprire. Tutti questi innovatori apparenti ci dicono oggi ciò che hanno detto ieri i loro predecessori. Essi sono semplice-mente dei plagiatori. E non è difficile convincersene. Leggano gli allestitori della Biennale, nei momenti d'ozic, il vecchio articolo di fondo che ha quasi sessant’anni di Arkadij Avercenko: « Il topo sul vassoio » e vedranno che il tanto generosamente premiato Robert Raushenberg con tutta la sua scandalosa « pop - art » non è nient’altro che un povero plagiatore. Si può loro raccomandare di leggersi « Il vitello d’oro » di I. Ilf e E. Petrof e di far conoscenza con Ostap Bender il quale già trenta e più anni fa semplicemente si entusiasmava all’idea di fare dei ritratti con dei dadi. E così si convinceranno che lo svizzero Zoltan Ke-meny che ha ricevuto alla Biennale il primo premio intemazionale per la scultura con tutti i suoi « capolavori » di dadi, bulloni, di tubi di rame e di ottone e di chiodi arrugginiti, pure lui non fa che del plagio più palese. Il plagio, come si sa, è una questione che riguarda la giustizia. Ma noi non staremo ad accusare i vincitori della Biennale coronati di gloria. Con loro saremo indulgenti. Perchè? Ma perchè essi, pur non ammettendolo, si schierano in favore del realismo. Tutto ciò che essi fanno conferma che la verità è dalla parte del realismo e non dalla parte della « pop - art », del neodadaismo, dell’astrattismo e di simili arzigogoli del modernismo. I modernisti cominciano a civettare con il realismo! Persino il « pop - art » con tutte le perversità della sua percezione del mondo, cono tutta la sua rovina spirituale si serve degli oggetti d’uso domestico del tutto concreti ed è costretto 26