Un poeta e l’avanguardia: Michele Dean nota di Umberto Artioli A proposito della presentazione di Renato Cugola apparsa sul Portico n. 2, ci è giunto da varie parti il rilievo, non sempre immune da tonalità negative, di avere nell'occasione risposto soltanto a ragioni di carattere sentimentale. L’appunto ci tocca solo in parte. I valori che hanno agitato la breve esistenza di Cugola e che formavano l’ossatura della sua produzione, erano la migliore garanzia per avallare un determinato tipo di discorso, per combattere, se ancora ve n’era bisogno, quella concezione che, dopo aver proclamato l’assoluta irriducibilità dell’arte a problemi d’ordine gnoseologico etico economico politico, degrada il mezzo artistico a semplice tubo di scarico della confessione privata. Il richiamo a Cugola veniva a collocarsi in una precisa dimensione, in quella linea che, iniziata con la presentazione di Carnevali sul n. 1 del Portico, giungeva attraverso Cugola al saggio di Baratta su un ben più altrimenti famoso concittadino, Umberto Bellintani. A parte le opportune differenze di livelli, ci pare inutile insistere sulla matrice che accomuna i tre poeti presentati: fatto questo riscontrabile non solo a livello d’una consimile disposizione verso la poesia contrassegnata dal rifiuto dell’evasione (che è il discorso che a noi soprattutto premeva), ma sottolineata anche (guarda il caso) dal medesimo basamento ideologico. Ma il richiamo a Cugola è ben più pertinente di quanto queste brevi note introduttive possano far prevedere e s’inserisce direttamente nel discorso che ci preme portare avanti a proposito di un gio- vane veronese, Michele Dean, la cui esperienza poetica è praticamente esemplare per un’indagine dei rapporti fra la generazione dell’immediato dopoguerra(1) e quella che si sviluppa oggi sotto l’insegna — usiamo tale etichetta per comodità — di Gruppo '63. Michele Dean è del 1943, ha quindi solo 21 anni, circa quindici meno di quanti non ne avrebbe Cugola, nè l’arco ideologico entro il quale va inserito appare sostanzialmente diverso da quello del poeta osti-gliese. Pure le due esperienze vanno accostate soltanto per toccare con mano il mutamento di rotta, il crinale che separa le due generazioni. Dean espressamente rifiuta la poetica di Cugola. Ma occorre intenderci subito sulla portata di tale rifiuto, che certo non è ripulsa dei valori morali e ideologici propri del mondo di Cugola. Si tratta di un rifiuto a proseguire sulla scorta dei moduli neorealisti, rifiuto quindi a indagare la realtà sul metro della percezione, rifiuto soprattutto a servirsi d’uno strumento logoro quale quello espresso dalle strutture linguistiche della tradizione borghese. Partito da Pavese, la cui presenza è chiaramente avvertibile nei primissimi tentativi poetici, Dean è giunto attraverso Pound ed Eliot, a Sanguineti a Guglielmi, al Gruppo '63, dunque. Un discorso sulla sua poesia, almeno per quel che concerne la zona di disponibilità entro cui attualmente si muove, non può essere quindi ristretto ai modesti limiti dell’ottica provinciale, bensì, rinvia a quel più ampio contesto entro cui si agitano i recentissimi movimenti avan-guardistici. 28