Di fronte al tumultuoso proliferare e al rapido consumarsi delle poetiche, si è giunti al punto che il critico odierno non affronta quasi più l'opera d’arte, limitandosi semplicemente a registrarne i conati, a ricercarne in tutta fretta i fili direttivi, sovente sulla scorta delle dichiarazioni dell’autore medesimo, per poi passare rapidamente ad altro. Vien da dire che le poche righe d’introduzione a un testo sono assai più indicative d’un intero tomo di seicento pagine, che lo strapotere della poetica ha messo tali radici da sopraffare l’opera di poesia. In una situazione siffatta riteniamo più che giustificate le richieste di quanti — fra autori e critici — sollevano il problema del recupero del valore estetico. Quando Sanguineti scrive: « Uscire dalla considerazione del linguaggio significa, d’un colpo solo, uscire da una riflessione d'ordine estetico, ed è ben comprensibile che per ragioni, di volta in volta morali, o sociologiche, o politiche, o altro si abbia a prescindere da tale realtà. Ma, in un testo, non vi è ideologia, esteticamente parlando, se non nella forma del linguaggio », tocca sia pure marginalmente quello stesso problema che Umberto Eco affronta, sul n. 8 del Verri, ben più direttamente: « L’opera è qualcosa di più della propria poetica (enunciabile anche per altre vie), nella misura in cui il contatto con la materia fisica, in cui la poetica si concreta, aggiunge qualcosa alla nostra comprensione e al nostro godimento ». Di fatto ci si muove dunque ancora sul piano delle proposte, ma le indicazioni che ne nascono sono ugualmente interessanti. D’altronde l’odierna situazione della critica è il lascito d’una situazione storica, di cui non ci pare siano venuti meno i presupposti. Evidentemente quando noi battiamo l’accento sulla mancanza di « referenti », non facciamo che avvalorare lo stato di crisi e denunciare l’impossibilità di un giudizio di valore che non sia volta a volta semplicemente giudizio morale sociologico o politico. Ma dire: siamo impossibilitati ad e-sprimere un giudizio sull’esteticità dell’opera d’arte perchè privi degli strumenti necessari, è diverso dal rifiutare una volta per tutte la categoria dell’esteticità, aggiungendo a mo’ di giustificazione di poterne bellamente fare a meno perchè muniti di strumenti diversi (morali politici sociologici ecc.) di per sè autosufficienti. Per questo, pur riconoscendo la validità — e addirittura, in relazione alle circostanze, la necessità d’un giudizio diverso da quello estetico — affermiamo risolutamente l’esigenza di quest’ultimo, esigenza che se per ora non può essere intesa che come tensione ideale, non è detto non possa, con tutto quel fermento di studi sull’argomento, trasferirsi dal piano della semplice possibilità a quello della realizzazione. * * * Quanto a Dean, giacché il discorso a-vanzato a proposito dell’avanguardia ci sembra sufficientemente esauriente, abbiamo ritenuto opportuno limitarci a qualche sommaria indicazione che il lettore troverà accanto ai testi. Inoltre, per una maggiore agibilità di lettura, abbiamo chiesto ed ottenuto dall’autore, di siglarci qualche nota esplicativa soprattutto in relazione alle numerose citazioni culturali. NOTE (1) Sui limiti e le cautele con cui si deve intendere l’appartenenza di Cugola alla generazione dell’immediato dopoguerra, abbiamo già detto su Portico, n. 2, presentando lo stesso Cugola. (2) V. Una letteratura senza pubblico? di Gino Baratta, su Portico, n. 2. (3) V. Sperimentalismo di Carlo Gadda di Francesco Bartoli, su Portico, n. 2. OBBiGLiRmenTO Sergio vm OBeRDOD n. 9 L’ideale per chi ha buon gusto