Abbiamo voluto inserire questa poesia, nonostante l'avviso contrario dell'autore, ormai incanalato verso i moduli dell’opera aperta, come specchio della stagione neo-realista di Michele Dean. Evidentemente qui non ci si discosta molto dalla poetica di Cu-gola. Diversamente però dal poeta ostigliese che trovava le sue zone migliori nel distendersi del materiale ideologico entro un contesto coloristico-ambientale a garanzia della tenuta della poesia (in questo senso le cadute si hanno proprio nei motivi più squisitamente autobiografici, dove il rapporto poesia - ideologia non si vale di mediazione alcuna: si veda sul n. 2 del Portico « Sciopero del Delta », poesia classista per eccellenza), qui Dean si vale della lente deformante dell’ironia. L’ultima parte poi, con l’attacco dei due con la chitarra, è chiara reminiscenza pavesiana, non soltanto nel ritorno di personaggi cari al mondo di Pavese, ma anche — e soprattutto — nella strutturazione del periodo. Di là delle case ed i fiori oltre i fili del bus sicuri interpreti dello sviluppo edilizio nella terra di nessuno dall'erba sbruciata in fuochi di stracciaiuoli nel pomeriggio di nebbia senza strade d’asfalto e strisce là, ad ovest; a sud, ad est a sud-est là c’è corea (1), e bisogna averci un mezzo proprio per andarci, come io l’avevo ieri, quando ci sono stato, la prima volta: dove le nostre parole non hanno significati e i sospiri di certa gente (quella che noi tutti conosciamo) sono offesa. Ed il prete poi mi diceva sono, diceva, poco di buono. Ma anche — il nostro ordine, si occupa solo di queste parrocchie difficili dove non è di casa il Signore e vivono come bestie —. E questo lo diceva il prete della parrocchia. E il partito, dov’era, il partito? (un comizio giusto per scrupolo, prima delle elezioni, tanto, non votano) Questo faceva il partito, laggiù, nella corea, e in questo modo, laggiù nella corea, il prete parlava. 32