Poesia evidentemente di transizione, ma fra le migliori dell'intera raccolta. Qui è fondamentale l’esperienza eliotiana e la presenza di periodi « aperti » non affidati all’ingombro del materiale culturale — come in certe poesie successive dove la fruizione si concretizza a livello di faticoso gioco intellettuale — dona un’ampia suggestività alla pagina. La poesia vive del contrappunto fra il tono fondamentalmente lirico - patetico e i frequenti inserti chiusi nel giro della parentesi. Si osservi soprattutto la delicatezza della nota finale quando l'immagine proiettata nel futuro d’una società nuova (simbolicamente espressa dalla nave salpata da Delfi) si introduce nel rapporto fra l’io e il te, e lo proietta in una luce appena incrinata di fuggevole tristezza: « Non saprò nemmeno distinguere la tua voce nel coro, allora ». Ma (prima che ancora; la pioggia sui dolci selciati) ma (prima che troppo tempo sia passato fra noi) torniamo a parlare un poco insieme: questa sera di cielo coperto: oggi non c’era una rosa, sulle strade che insieme abbiamo scoperto nella città più viva. Ma quando tufo e cotto finiscono e l’ora è passata ancora la solitudine più grave (non vogliamo favori, clientele ma leggi che diano a ciascuno vogliamo una società in cui tutti) ma queste nostre sere di tanta tristezza. Meraviglioso andare negli ulivi macchiati di luna sul crinale della collina di pietra: ascoltare: parlare: la voce bassa queta: sentire oltre l’aria mossa oltre la vita nella notte intatta: il silenzio: insieme: l’appartenerci più caro: e la tua voce dolce. Vagabondi nel giardino dell’Impero esiliati da ogni possibile (Seria et onorata religio del dovere: virilità nei rapporti scusate, sessuali; la posizione; carosello; triade imprescindibile incontestata misura di esistere: Professor Emmanuel Kant: non avevo saputo abbastanza questa Sua imperdonabile ingenuità: ma grazie lo stesso, veramente) esiliati da ogni possibile pace ricchi di lacrime che mai potremo piangere tutte accompagnati sempre da antica amica solitudine, solo possiamo sorridere amaro scrivere: per la voce dolce gli occhi che sapremo perdere: dovranno dimenticare. E per ora, per queste giornate è questo rimpianto: quando si conoscerà la nave salpata da Delfi prossima apparire all’orizzonte d’un mare, e allora, quel giorno il peana di questi ricordi accompagnerà piano i passi verso l’azzurro infinito (unica vera possibilità: ivi, fratelli, ivi si parrà la nobilitate, appunto) ecco. Volevo forse solo dire: non saprò nemmeno distinguere la tua voce, nel coro, allora. 34