to e del loro distacco dalle cose, sono alcuni elementi tra i più interessanti del film, dai quali risulta la serietà e l’impegno con cui il regista si è accinto alla riduzione dell’opera. Anche la questione della analisi psicologica è stata affrontata e risolta in maniera soddisfacente. Si pensi a tale scopo: alle sequenze relative alla decisione di Carla di andare da Merumeci dove la macchina, con un improvviso salto di ritmo che porta sullo schermo delle brevissime inquadrature di oggetti e azioni, sembra voler testimoniare il ristabilimento di un legame con le cose e con la realtà; oppure alle sequenze girate nella casa del giardiniere dove l’iniziazione di Carla, dominata dal viso impassibile ed assurdo di Merumeci, ripete senza squilibri l'efficacia del testo; oppure, infine, alla luga carellata su Michele che corre da Leo, deciso ormai a farla finita, dove, pur non rispettando il ritmo lento e meditativo del testo, si raggiunge ugualmente lo scopo di evidenziare, per contrapposizione con le sequen- ze successiva, la tragica incapacità ad agire che neanche il fortissimo sdegno, recentemente provato, può servire a superare. Se dunque un film di riduzione esaurisce i suoi pregi soltanto nella fedeltà al testo da cui è tratto, non c'è dubbio che l’opera di Maselli sia da considerarsi pregevole. Ma l’opera non si accontenta di presentarci un ottimo scorcio di società borghese in un determinato periodo della sua decadenza, essa ha evidentemente l’ambizione di superare i limiti temporali della storia e tende ad elaborare dei significati validi anche per il presente, mediante l’assunzione e lo sviluppo di quell'elemento esistenziale della vicenda, che costituisce, oggi, uno dei motivi più validi del romanzo e che ha fatto de Gli Indifferenti l’anticipatore, come si diceva, di quel particolare atteggiamento filosofico - morale cui hanno reso successivamente testimonianza un Sartre oppure un Camus. La evasiva guerra dì De Santis Con Italiani, brava gente il cinema italiano tenta di tornare ai grandi temi della nostra storia nazionale seguendo un filone abbastanza ricco di opere folte di motivi e spunti interessanti, quando non dotate addirittura di pregi tipici dei veri capolavori. Per la verità con « le grandi guerre » il cinema italiano non è mai riuscito a fare delle « grandi » opere e l’ultimo esempio in questo senso ce l’ha dato Moni-celli con quel suo lavoro pieno sì di buone intenzioni, ma purtroppo incapace di scendere molto al disotto di quella emblematica superficialità di cui i due protagonisti di quelle vicende, Gasman e Sordi, rischiano di diventare, sia pure con qualche sporadico pentimento, i più tipici rappresentanti. De Santis, come Maselli, toma con questo film alla attività cinematografica secondo quell’indirizzo di impegno civile che probabilmente è il più consono alla sua natura di autore, ma vi ritorna con la prospettiva non edificante di proporre alla critica la questione di un ridimensio- namento della sua opera e di un diversa valutazione delle sue inclinazioni di regista. Non basta infatti per fare una buona opera, scoprire un buon argomento, come poteva essere quello della campagna di Russia, anche se per fare ciò si è avuta l’idea, per se stessa non cattiva, di affidare una parte del lavoro ad una troupe sovietica. Quando le prospettive di sviluppo del tema non siano chiare e le argomentazioni che si portano non siano convincenti, il risultato può essere del tutto insoddisfacente. Ma il cinema italia-non non sempre si rende conto di questa elementare considerazione e ritiene spesso che la scelta dell’argomento possa da sola dar valore a tutta l’opera. De Santis è stranamente caduto in questo errore realizzando un’opera che oltre a mancare in maniera piuttosto grave l’obbiettivo di un impegno di portata storica oggettivamente verificabile, si sviluppa secondo due linee di narrazione, di stile, di ispirazione, che non riescono mai a trovare l’occasione di una unitaria solu- 42