zione: da una parte infatti stanno i cineasti sovietici con la applicazione di moduli cinematografici attinti largamente dalla loro rispettabile tradizione artistica, ma adattati però in modo troppo schematico e formale alla materia del racconto, dall’altra parte la troupe italiana mostra di non avere idee molto chiare e preferisce anch’essa ripetere degli schemi già sufficientemente collaudati presso il nostro pubblico, come quelli de La grande guerra ad esempio, senza neanche tentare di proporre un tipo di racconto che in ogni caso non poteva certamente essere quello di Monicelli dei cui limiti s’era ormai detto a sufficienza. Ne è così uscito un film che oltre a conservare la superficiale insignificanza del titolo, rischia di far dimenticare anche le belle pagine di carattere documentaristico e spettacolare che pure contiene. Si è detto prima che il film ha mancato quello che avrebbe dovuto essere il suo obbiettivo storico più preciso ed impegnativo, vale a dire cioè la questione dei rapporti tra guerra e coscienza nazionale. Ora non v’è chi non veda quale ricchezza di indicazioni e di stimoli avrebbe potuto scaturire dalla esatta definizione dei rapporti tra questi due termini della questione, specialmente se la questione dei rapporti tra guerra e coscienza nazionale italiana, fosse stata contrappuntata dall'altra questione dei rapporti tra guerra e coscienza nazionale sovietica. Allora probabilmente l’uso delle due troupes cinematografiche avrebbe avuto una sua interna e sostanziale giustificazione e, soprattutto, si sarebbe potuto meglio capire come dice Rigoni Stern: « che cosa eravamo noi e che cosa volessero i Russi». Ma De Santis ha preferito una strada più tranquilla e ha dato alle vicende della campagna di Russia uno svolgimento frammentario distribuendo qua e là delle forti dosi di sentimentalismo e facendo muovere il tutto attorno a dei personaggi di carattere bozzettistico protagonisti spesso di edificanti azioni, ma esponenti di un galantuomismo del tutto generico. Questi soldati, le cui connotazioni sono date in maniera aprioristica, denunciano immediatamente lo schema al quale sog-giaciono fino al punto da costituire addirittura un intralcio nello svolgersi della azione, un elemento di cui il regista non sa più come liberarsi. Ed ecco allora la strascicata dilatazione della vicenda personale, che porta alla morte di ognuno di loro, dove il patetismo e il sentimentalismo superano i limiti del verosimile per sfociare in un lirismo tutto di maniera, capace soltanto di suggerire soluzioni cinematografiche di uno sconcertante semplicismo. Questo comunque non è altro che il risultato di una scelta iniziale: nell’elu-dere, o nel non riuscire a trattare, le questioni di più larga portata storico critica, De Santis si è aperta la strada, in maniera direi quasi automatica, a quelle soluzioni individualistiche e particolaristiche che caratterizzano il suo film. La campagna di Russia rappresentò per tutti coloro che vi parteciparono una occasione preziosa per molti ed importanti chiarimenti, ma il film anziché cercare di metterli in luce ha preferito credere che l'unico insegnamento della tragica esperienza fosse quello di un vago e generico pacifismo. La ritirata che pure è stata resa con delle notazioni documentaristiche veramente pregevoli, è rimasta soltanto una occasione fotografica e registica, mentre nella realtà fu il punto di partenza per la maturazione di una precisa coscienza antifascista. Se De Santis si fosse soffermato su queste considerazioni avrebbe certamente scoperto che gli « italiani brave gente » non sono tali per una specie di provvidenziale ed inperscrutabile elargizione della natura, ma probabilmente per aver più o meno direttamente inteso il senso e l’insegnamento di determinate esperienze storiche. Per queste ed altre ragioni alla fine si fa strada la convinzione che il film di De Santis pur avendo indicato delle prospettive di lavoro delle quali è bene tenere il dovuto conto, abbia lasciato completamente aperto il discorso, che rimane da fare, sugli argomenti da lui scelti. Italiani, brava gente non è sufficiente ancora per fare sul suo autore quel discorso di ridimensionamento di cui si diceva, non rimane quindi che concedergli tempo e rinviare la revisione del giudizio ad una occasione futura. 43