tutto, che 1’« anormalità » di Giuliana non vuole certamente rappresentare la conseguenza di una perdita di ragione, ma, piuttosto, vuole indicare una « normalità » di tipo diverso da quella che comunemente viene ritenuta tale. La stranezza del suo comportamento nasce soltanto dal desiderio di stabilire con gli altri dei rapporti più sostanziali di quelli ormai codificati in un certo modo dall’ambiente in cui vive. La crisi di Giuliana nasce, ancora, dalla impossibilità di entrare veramente in comunicazione con gli altri. Ma né Ugo, né Corrado riescono a rendersi conto della reale condizione della donna: l’uno preferisce credere che tutto dipenda dall’incidente d’auto, l'altro rinuncia ad ogni spiegazione e si rassegna a non capire abbandonando Giuliana al suo destino. Le inquadrature finali, identiche per significato a quelle dell'inizio, indicano il ritorno alla condizione di partenza. La « malattia » di Giuliana alla quale i protagonisti del film danno una spiegazione di carattere « tecnico » (l’incidente automobilistico, lo shock patito, il conseguente ricovero in clinica) ha dunque delle radici più profonde e nasce dal non sapersi più ritrovare in un ambiente irrimediabilmente disumanizzato e spersonalizzato nel quale lo stesso paesaggio naturale è stato significativamente alterato o, addirittura, sostituito dai mucchi di rifiuti, dalle lamiere contorte, dai tralicci, dalle antenne, dalle ciminiere, dai bidoni, dai fumi giallastri e velenosi che anche gli uccelli — come dice la protagonista — hanno imparato ad evitare. Allora la prospettiva si capovolge completamente: l’incidente di macchina diviene non l'origine ma la conseguenza della nevrosi e prende pertanto la configurazione di un tentato suicidio mediante il quale la protagonista cerca di sottrarsi al disagio e alla incapacità di « reinserirsi » nella mutata realtà ambientale e umana che la circonda. La storia della ragazza incontrata in clinica — che « stava molto male », che aveva « l’impressione di essere su di un piano inclinato » o « di essere sempre lì lì per affogare », che « voleva avere tutto » ed alla quale il dottore diceva di « imparare ad amare » — è la storia di Giuliana. Ed è ancora Giuliana che con- fessa a Corrado: « Non volevo dirtelo, mi vergognavo. Neanche Ugo lo sa, ero daccordo coi medici. Avevo tentato di suicidarmi ». Tentativo questo che si ripete, tra l’altro, durante la fuga dalla baracca di Max quando la macchina si blocca fortunosamente proprio sul ciglio della massicciata che confina col mare. Sono le manifestazioni quasi periodiche di una crisi che pare avere il suo punto di partenza nella indifferenza del marito (« Se Ugo mi avesse guardata come mi guardi tu in questi giorni — dice Giuliana a Corrado — avrebbe capito molte cose ») posta già all’inizio del film, in un brano di dialogo tra Ugo e Corrado (C.: Il giorno dell’incidente a Giuliana, tu dov'eri. U.: A Londra, perchè? C.: E sei tornato? U.: No... Mi hanno detto che non era necessario...). Per tutto il film, del resto, Giuliana sembra andare alla disperata ricerca di una condizione di « autenticità » ormai smarrita e irrecuperabile. Lo dimostrano ampiamente sia il tentativo di stabilire con Corrado un legame non effimero, sia l’amore che essa dedica al figlio, sia l’atmosfera nostalgica e struggente che avvolge la straordinaria favola dove, nella storia del veliero e della fanciulla, è facile vedere la trasfigurazione onirica dell’affetto che essa aveva cominciato a sentire per Corrado, l’uomo che viene da molto lontano e che sembra avere un aspetto meraviglioso ed affascinante, ma che si rivela, alla fine, misterioso, incomprensibile. Per recuperare 1’« autenticità » bisogna — come ha detto il dottore — « imparare ad amare »; ma questa è proprio la cosa che Giuliana non sa fare, perfino il figlio non riesce ad amare come vorrebbe, perchè Io sente troppo distante, troppo uomo, troppo serio, troppo « grande », troppo « alterato », insomma, dall’ambiente, dalle circostanze, dalla influenza del padre, dai giocattoli elettronici che hanno fatto di lui, al pari degli altri, un essere disumanizzato. Paradossalmente, l’unica possibilità di apertura, di comunicazione, di liberazione, Giuliana sembra trovarla nel colloquio col marinaio turco che non può capirla e del quale non conosce la lingua. Ad esso la donna si confida uscendo in una frase che pare indicare una presa di coscienza od 47