successo, proprio perchè risponde a un 1 profondo bisogno di compensazione delle insufficienze del vivere civile, anzi del vivere di per se stesso. Non occorre aggiungere parola per intendere quanto il fenomeno del « divismo » sia strettamente connesso a questo medesimo bisogno: il « divo » è il simbolo vivente della aspirazioni di tutti gli uomini frustrati, che vivono « in lui » come i fascisti vivevano in Mussolini; e vivono propriamente di non altro che di quel senso di potenza, di virtù superiore, di cui si compiace talvolta chi sa fare qualche cosa di eccezionale. C’è il violinista che sa eseguire con eleganza centinaia di note velocissime, o il direttore che sa trarre dall'orchestra miracoli sonori; l’uno e l’altro inevitabilmente si compiacciono della loro bravura, della bellezza del suono o d’altro, e mettono in evidenza con particolare affetto queste componenti tecniche del loro mestiere (e narcisistiche del loro carattere), con l’astuzia di chi sente che in ciò è un legame fortissimo fra sè e la platea. Questo non toglie, naturalmente, che ad onta di certe debolezze, alcuni dei grandi virtuosi siano anche dei grandi interpreti. Che cosa significa, dunque, essere grandi interpreti? Significa esprimere a-more per la musica che si esegue. Chi ! suona instaura un rapporto affettivo fra sè e la musica che ha di fronte: vi si immerge e ne diventa possessore e posseduto insieme: entro certi limiti diventa altro da sè, e d’altra parte altera e trasfigura il contenuto musicale, lo divelle dal suo terreno. Fa come l’innamorato con la sua donna, come l’attore col suo personaggio, per cui tanto più perfettamente le due persone diverranno una, quanto più quest’atto d’amore sarà congeniale e completo; nell’esecuzione musicale si assiste a questa sorta di misterioso travaso, per cui riecheggiano nella sala la voce di un altro uomo e di un’altra epoca e insieme l’affetto e le intenzioni dell'esecutore che li ha fatti rivivere. Chi ascolta vuol cogliere evidentemente anche questa emozione e più applaude chi meglio la sa metter fuori. Per interpretazione s’intende dunque un atto complesso, il cui più alto raggiungimento non è quello della fedeltà al testo (il quale concetto è, anche da un punto di vista teorico, assolutamente pri- vo di senso), bensì quello del rivivimento del testo, se esso ha avuto tanta forza da stimolare l’attività inventiva dell'interprete attraverso gli oscuri canali di quelle affinità di cui s’è detto; ciò non toglie, evidentemente, che la filologia sia di primario ausilio all’esecutore, che lo aiuti a comprendere meglio il significato di quelle cifre che l’autore gli ha lasciato, che gl’ impedisca d’imbarbarirle sovrapponen-dovisi con grossolana prepotenza; tuttavia nessuna filologia potrà mai sostituire quell’atto di simpatia in cui soprattutto consiste l’opera dell'esecutore. Ed è pure chiaro che se l’esecutore non può essere passivo, ma impegna se stesso nella sua opera, egli ha di fronte un margine indefinito di possibili scelte nelle quali è impegnata la sua sensibilità ed è libero di esercitarsi il suo gusto. La categoria del gusto è molto vasta; si parla di gusto o di « buon gusto » nel vestire, nell’arredare la casa, nel cucinare, nel conversare, nel dipingere un cartellone pubblicitario; mi pare che si possa parlarne per qualsiasi attività che si riferisca al nostro modo di comunicare con gli altri: si tratta di presentarsi agli altri in una certa maniera che noi consideriamo personale e nostra, di selezionare, fra gl’infiniti modi che abbiamo a disposizione per presentarci, per comunicare, quelli fra tutti che ci sembrano i più idonei a sottointendere il nostro modo di vedere le cose e soprattutto di concepire i rapporti sociali: non c’è dubbio che il costume ad esempio dell'epoca dannunziana rifletta gl’ideali sociali di allora: la bombetta, a confronto con il nostro cappello floscio, non può non significare un declino del senso della rispettabilità borghese e dell’idea patriarcale che ha ceduto il posto a una concezione meno rigida e gerarchica della società. E per di più c’è cappello e cappello: l’intelligenza, le idee, la cultura, la sensibilità dell’ individuo motiveranno più o meno consapevolmente la scelta di quel determinato copricapo fra centomila copricapi in vendita e ciascuno si pone in testa non solo un pezzo di stoffa che lo preservi dal raffreddore, bensì anche un simbolo del proprio modo di concepire la vita, un vessillo vivo della propria crociata. Tutto ciò ha un valore assai relativo, non è più che un’indicazione di costume, 52