nel caso appunto del cappello; può impegnare più vivamente l’individuo, in altri casi, come in quello dell’interpretazio-ne musicale. Beethoven, ad esempio, per il pianista x, avrà quel determinato valore, che il nostro pianista gli darà perchè a quel valore egli è affezionato al punto che gli sembrerà quello che più corrisponde al messaggio umano di quel grande; e il pianista y ne metterà in rilievo, per la stessa ragione, un altro: questo è il margine di libertà che è concesso all’interprete: di esprimere per note la propria individualità, cioè la propria posizione culturale e sociale, esattamente come l’uomo del cappello la esprimeva con la sua frivola scelta. L’unica differenza fra i due è questa; che l’uomo del cappello sceglieva e basta, e tutto li fermento vitale che stava sotto questa scelta (le sue lotte, le sue mete, in breve l’idea di uomo che egli possedeva) era semplicemente simboleggiata dal cappello; il nostro pianista invece, non si limita a simbolizzarla, ma la esprime; cioè l’atto di adesione affettiva a quel particolare a-spetto del suo autore lo spinge ad eseguire quella nota in quel determinato modo, così che nella trama di suoni che egli ricava dalla tastiera, vive realmente qualche cosa del suo spirito, sotto forma di valore musicale: vive l'affetto per l’autore e per i valori di cui, a torto o a ragione, è fatto depositario. Per questa ragione la scelta del cappello appartiene alla storia del costume, l’esecuzione musicale, talvolta anche a quella dell’arte. Riconosciuta, dunque, una sia pur limitata funzione artistica all’esecutore, c’è sempre un punto da discutere: ammettiamo, per assurdo, che Bach, Mozart, Cho-pin invece di eseguire musiche proprie avessero eseguito musiche altrui, e che noi per uno strano scherzo della storia, ne possedessimo le registrazioni: ben poco ci resterebbe in confrontp a quanto di loro fortunatamente possiectemo. Nè questo poco sarebbe bastato a soddisfare le esigenze dei loro contemporanei che da quelli pretendevano note e non soli suoni. Che il nostro pubblico si ritenga pago dei suoni, si accontenti delle briciole della mensa musicale, questo è un fatto allarmante e degno di meditazione. * * * Si potrà obiettare che questo giudizio sia troppo reciso e troppo generico. Si sa che c’è anche chi ascolta volentieri musiche poco note, con la curiosità di chi vuole arricchire il proprio patrimonio spirituale, ma la tendenza generale delle preferenza va da Napoleone alla « belle epoque », con due tagli netti (e sfido chiunque a sentire per la centesima volta la « Quinta » di Beethoven, senza interessarsi a chi la dirige più che a chi l’ha fatta). E’ vero che l’amore per Bach, o per Vivaldi (sarebbe ardito citare Monteverdi) si è gradatamente diffuso, ma sono occorsi cinquant’anni per questo, che del resto è tutt’altro che un raggiungimento generalizzato. Ed è pure vero che Bologna non è tutta l'Italia, ma la sua situazione mi pare indicativa di una provincia né troppo depressa né troppo avanzata, che si può avvicinare alla media generale del nostro paese. Osservo che non ho parlato finora di « cultura di massa » cioè di quel pubblico potenziale che ascolta le canzonette e che potrebbe ascoltare musica seria (a questo problema, strettamente connesso con quello della musica nella scuola, è dedicato l’ultimo numero dell’« Approdo musicale »), bensì del pubblico che già frequenta le sale da concerto, i cui rapporti con la musica mi sembrano distorti rispetto a quelli naturali. Ma evidentemente occorre intendersi su ciò che si vuol dire con « rapporti naturali ». Tali mi sembrano ad esempio quelli fra cinema, teatro, romanzo e il pubblico loro: qui hanno scarso peso sottigliezze, languori, raffinatezze, fenomeni di alessandrinismo: chi va al cinema o chi legge un romanzo, va dritto al sodo, all’obiettivo, al significato sostanziale: non si ferma alla vernice: il successo di un romanzo non ha la sua chiave in particolari artifici linguistici. Per meglio dire: il linguaggio ha un peso determinante, ma solo in quanto è parte integrante dell’opera, non in quanto sia fine a se stesso: e così è per il cinema e per il teatro. La ragione di questo stato di cose va forse cercata nella quantità e qualità del pubblico, più vasto e meno specializzato, che la funzionalità sociale di queste forme d’arte ha loro conservato. L’arte non è mai stata fine a se stessa, se non forse negli ultimi due secoli della civiltà occidentale: è nata e si è svilup- 53