pata sempre indirettamente, all’ombra di qualche compito sociale più immediatamente connesso ai bisogni dell’uomo: la religione, la potenza politica, le feste ecc. Il cinema e il teatro non sono arti, sono divertimenti: la loro funzione sociale più generale è sullo stesso piano di quello di una partita di calcio: non per niente non esiste il Ministero dell’Arte, ma esiste quello del Turismo, dello Spettacolo e dello Sport; di questo argomento abbiamo prima parlato e abbiamo messo in rilievo il valore di « compensazione » che ha il cosiddetto divertimento, il quale, del resto, non è che una festa alquanto più sciatta. E’ su questo fondamentale appoggio che vivono il cinema e il teatro ed è significativo che proprio il cinema abbia occupato gran parte dello spazio che una volta il teatro possedeva: proprio perchè « prende » lo spettatore con più forza suggestiva, lo « compensa » di più. Così il buon uomo che ha lavorato tutto il giorno, si siede in poltrona e si immerge nel suo romanzo: se avrà scelto un giallo o se avrà scelto forse « Il mare oscuro », questo dipenderà dalla sua intelligenza o dalla sua cultura: ma la spinta iniziale non gli è data dalla qualità del romanzo, bensì dalla situazione della poltrona. Pretendere di svellere l’arte da questa situazione impura, significa conservarla in una campana di vetro, votarla al culto di una sparuta schiera di sacerdoti: sarebbe come se qualche architetto si mettesse in testa di costruire una casa solo bella e non anche abitabile. Purtroppo è un po’ questa la situazione a cui s’è ridotta la musica: di vivere esclusivamente sui bisogni musicali dell’uomo, di non avere altro da offrire come spettacolo, se non se stessa. Se dunque al cinema si va per questa sottile seduzione del divertimento, presso il suo folto pubblico scarso peso può a-vere l'aberrante fenomeno alessandrino a cui si assiste nelle sale da concerto (aberrante perchè travalica i suoi limiti naturali, non perchè lo sia in se stesso). Lo spettatore di un film (non dico chi fugge Visconti e si butta su Franchi e Ingras-sia, ma lo spettatore consapevole e non superficiale) coglie il significato sostanziale dello spettacolo, cioè permette che si instauri fra il regista e lui, un dialogo, una comunicazione, un travaso di espe- rienze in cui si esercita la vera forza plasmatrice dell’arte. * * * Se in tale forza, come mi par vero, risiede il fascino dell’arte e la funzione che essa svolge all'interno della società, anche se per poterla svolgere si appoggia ad altre attività che l’affiancano e la sorreggono, è necessario chiedersi in che consista il mistero di questa forza, la potenza di questa strana operazione. Il problema a cui l’arte s’affatica, è lo stesso che il divertimento risolve con le sue forme primitive e dirette di compensazione: ma se anche l’arte opera sullo stesso problema dell’inadeguatezza delle cose alle necessità umane, la sua funzione non è certamente una funzione com-pensatrice: sembra piuttosto quella di una rappresentazione vivente e drammatica di questo problema: l’artista costruisce, col suo particolare linguaggio, una sorta di corpo vivo; immobile, ma riflettente con perpetua costanza il lume di quell’attimo che l’ha fatto nascere. E questo corpo vivo ha la medianica singolarità di afferrare emotivamente lo spirito di chi lo mira e di fargli rivivere la stessa esperienza che ad esso ha dato la forma. Per questo dicevo che l’arte ha la forza di plasmare: perchè chi la intende la deve rivivere, cioè deve in un certo senso modellarsi su di essa. Ora, quella drammatica esperienza di inadeguatezza delle cose all’uomo, da cui l’arte ha origine, rappresenta il problema esistenziale di ogni epoca, che ogni epoca e ogni individuo risolve con un complesso di atteggiamenti propri e irripetibili: da qui nasce quel carattere di verità che pure l’arte possiede, intesa naturalmente non come scoperta intellettuale di una verità obiettiva, ma come scoperta emotiva di una situazione interiore; se questa situazione interiore rappresenta una personale soluzione del problema dell’esistenza e l’arte ne è una raffigurazione, è evidente che essa agirà con una forza esemplare di testimonianza anche se il suo significato non venga criticamente inteso e razionalmente valutato: il valore assoluto dell’arte consiste nella sua efficacia rappresentativa, ma il suo valore sociale consiste nella sua efficacia formativa, di plasmatrice di coscienze. 54