Basta pensare al Romanticismo e alla enorme influenza che l’arte romantica ha avuto, ad esempio sulla borghesia italiana, nella prima metà del secolo scorso; o all’influenza del decadentismo sulle inquiete coscienze del primo novecento. E si noti che, ad onta delle apparenze, la funzione sociale dell'arte è sempre positiva perchè l’artista, se è tale, ha sempre l’assoluto bisogno di rappresentare la sua intima verità, di presentarsi nudo al suo prossimo, in piena e vitale confidenza con se stesso: l’arte è per definizione la nemica mortale di ogni ipocrisia; pena la sua stessa morte. > Tanto più importante è dunque per ciascuna società, l’arte dei contemporanei, proprio perchè oltre che possedere il suo valore assoluto, che non declina per il volgere dei tempi, conserva ancora la forza di incidere sulle coscienze, di chiarificare, di testimoniare; la quale forza si rinsecchisce e si obiettiva come fatto storico, man mano che i tempi cambiano. * * * Posto dunque che sia questa la precipua funzione sociale dell’arte, è chiaro, ed è constatazione assai grave, che la musica, oggi, è ben lontana dal possedere questa sua naturale funzione: le manca il suo pubblico, il che è disdicevole, sia per la società che difetta di una delle sue necessità vitali, sia per la musica stessa che è costretta a vivacchiare in pochi ristretti cenacoli e mena vita tutt’altro che prospera. Fra i due membri di questo rapporto c’è stata finora una certa incompatibilità di carattere e non è facile combinare un matrimonio quando la premessa è quella tipica del divorzio: è venuta meno la fiducia reciproca e i costumi dei due contraenti si son fatti lontani. Già conosciamo quelli del pubblico; e alla luce di queste considerazioni, quello spirito alessandrino, si precisa sempre più come una insana distorsione o una brutta abitudine, simile a quella a cui talvolta sono indotti certi bambini viziosi che per mancanza d’affetto si dedicano a pratiche sostitutive. In realtà l’arte del nostro secolo è nata proprio sulla base di questo divorzio, perchè è nata essenzialmente come ribellione alla sua società; e sarebbe stato altamente contradditorio che allora avesse chiesto credito alla società a cui si ribellava. E’ nata come anti-bello, anti-morale, anti-poetico, anti-borghese, anti-romantico: ha scoperto cioè dei valori laddova il senso comune poneva delle entità negative, ha scoperto quanto il mondo borghese fosse attaccato ipocritamente a quegli stessi valori che la sua morale affermava di respingere. Non è difficile trovare, ad esempio, in Strawinski, dichiarazioni programmatiche illuminanti a questo proposito; e del resto la stessa dodecafonia non ha fatto che sistematizzare con rigore matematico il principio atonale, cioè la distruzione della tonalità, della gerarchia dei suoni; la quale era quasi il simbolo I di una pienezza di vita e del senso di una armonia cosmica che il Rinascimento ci aveva tramandato e che insensibilmente aveva perso la sua ragion d’essere. Ma c’è da dire che a questa rivelazione ha corrisposto, sia pure con ritardo, una lenta, ma progressiva presa di coscienza, da parte della società, di quelle ingrate cose che le si venivano cantando; volere ora portare avanti all’infinito le stesse rivelazioni e le stesse proteste, rischia, a lungo andare, di non avere più senso; così come, in politica, nel momento attuale, non avrebbe senso essere anarchici. Proprio per il fatto che ciò che è stato detto nei primi cinquant’anni ha cominciato a far parte della coscienza comune, mi pare che insistere ora sulla stessa linea da parte dei compositori delle ultime generazioni, sia come un ribellarsi a chi si sta per convincere; si semina sopra un terreno che sta diventando sterile. E’ questa la situazione della cosiddetta avanguardia; e non solo di quella musicale. C’è ragione di affermare, dunque, che quel rinnovamento della cultura musicale in Italia, che da tante parti finalmente sia auspica, non può non avere per fine supremo il riaccostamento fra il pubblico e la musica contemporanea, il ristabilimento di quel naturale equilibrio fra arte e società che è garanzia di civiltà, per l'una, e di vita per l’altra. 55