ESPAÑA LIBRE Eluard: Picasso, maestro di libertà Picasso, qui ti vedo e faccio il tuo nome. Conosco il tuo viso da molto tempo, lo vedo ora in un lampo, ora nei suoi particolari. Un viso della mia famiglia, una grande famiglia composta d’amici sicuri, amici di giorno e di notte, tutti molto belli, diversi tutti fra loro. Buona gente, veri amici, sempre pronti a fare amicizia, a tendere la mano come al miele l’orso offre la sua. Ma sei tu, Picasso, che essi abbracciano per primo, grati come ti sono di essere la loro regola di vita. Tu li rendi umili e fieri, in quel mondo di attaccabrighe dove sono uomini fra gli uomini. Insegni loro ch’è bello sottomettersi all’utopia felice, al sogno infantile di vacanze senza fine; ma nello stesso tempo li invogli a comprendere tutto e a tutto vedere, donando loro il coraggio quotidiano di rifiutare di essere sottoposti alle apparenze mortali. Un bel giorno essi rideranno di aver avuto sete e fame, rideranno d’essere stati così spesso nutriti di se medesimi. Picasso, il tuo viso riflette i loro affanni e le loro pene, proprio come il viso della donna che amano. Sei preso dal tuo lavoro. Giovane o vecchio, lavori a mettere a nudo i tuoi occhi e ciò che essi vedono; ciò che tu crei. Così sei armato contro la morte, contro le amarezze del corpo, la trascuratezza e il pentimento. Che si dica di te che sei pittore — e non un grande o un piccolo pittore —, pittore come si dirà in futuro uomo, qualunque mestiere egli faccia. Che si dica di te che hai lavorato. Ai luoghi santi dell’ozio meritato, il tuo lavoro un giorno sarà in onore, il tuo lavoro che ha il peso d’ogni lavoro utile. Scrivo per i tuoi amici: sono legioni ed io scrivo per tutti. Tuttavia scrivo sull’orlo di un abisso senza fondo da cui solo il lavoro mi distoglie. Scrivo con pietre e armature in ferro, con una carriola, con una fiamma bruciante, con l’energia della disperazione. Scrivo da un letto mezzo scavato dalla morte. Tu hai raggiunto lo scopo della vita. Ti vedo costruire la tua casa, accendere il fuoco, tagliare il pane, amare una donna, fare dei figli, servire i tuoi fratelli — e mai giocare il gioco infame nel quale gli uomini sono rivali. Vorrei mi si dicesse quale tra i tuoi quadri ha generato una sofferenza. Dov’è l’imbecille che può pretendere d’aver sofferto del tuo sforzo? Ti rifiuti d’entrare nel rifugio idiota. Vai, seguendo sempre il filo faticoso delle forme vagabonde, il tasto delle nascite precipitose, delle ragioni impreviste, il contorno dei corpi, del cuore e del cervello. Il corpo umano s’impone , a te per il suo focolare e le sue ali. Ti rifiuti d’entrare nel gioco dei vinti in partenza, di quelli che si sono fermati 56