* ad ammirare il paesaggio, ormai superato, e sono stanchi, sono sfibrati. Si credevano sublimi, sono semplice-mente assurdi. Tu procedi con fiducia. Sai che l’uomo familiarizza con l’idea che si fa degli altri e sai che siamo numerosi e fedeli soltanto fuori dalle prigioni, nell’atmosfera leggera dei nostri simili. O mio simile, o mio contrario, all’infinito il mondo si divide, ma anche si ricongiunge! Potrei evocare qui i tuoi amori. Ne ho il diritto, perchè ho posato la mano sulla tua spalla per sostenermi. Ne avresti sostenuti migliaia di uomini come me, tu che sei la roccia da dove gli uomini che sperano si lanciano nel buio, con tutta la loro intelligenza, con quell’innocenza che permette di avere ragione. Donne e uomini, prigionieri e prigioniere, a migliaia sono liberati da una parola, un gesto, uno sguardo. Occhi, bocca, corpo — i tuoi — che aprono tutte le porte. E il mondo s’illumina: nei trabocchetti del giorno l’orizzonte si confonde e le strade si perdono, ma sulla nuda terra il sole ci conduce. Evocare i tuoi amori presenti e i miei amori perduti. E’ bello parlare di quel che si ama e di quel che si è amato. Tu sei felice ed io sono stato felice. Vedi: io sono quasi cieco ed amo la luce. Guardami, tu che sai dare un volto che dura a ciò che passa, eternare l'immagine che giace sul nostro tavolo. In te il vedere e il comprendere procedono uniti. Le forme che crei non hanno diritto alla notte. Una folla di ritratti, sensibili e familiari, specchi di ogni verità. Mio dolce amico, il mare ci sta davanti in tutta la sua grandezza; noi lo tocchiamo e non lo vediamo. Tu mi convinci che quella che amavo posso vederla anche non toccandola più, tu che conosci lo spazio intero e la distanza che ci separa dai nostri desideri, da tutti gli oggetti così diversi del sogno e del desiderio, la distanza che passa tra la veglia e il sonno, tra la mano e la nuvola, tra la nostra carne e la sua copia. Scienza delle proporzioni, coscienza del possibile, bilancia della conquista del reale, sei amico dell’uomo e dell’animale alla guisa dell’arcobaleno, innamorato di ciò ch’è degno di essere amato. In una donna tu sai riconoscere l'immagine variabile della donna, negatrice sempre dell’aridità e dell’oblio: tu le prepari il letto e ridi di piacere. Colmo della miseria sarebbe riuscire a scorgere qualcosa dove non c’è che la nostra immagine, arrestarsi al primo gradino del mondo, porre a insegna della propria esistenza il riconoscersi mortale e il ritirarsi. Tu ami per solidarietà, per verificare la vita, innamorato per buona logica. E generoso lo dai a vedere. Per aver visto tante cose di là del palmo della tua mano, conservi la preoccupazione di mostrare e stupire, per aver battute tante strade con la tua consapevole mano, hai fiducia nelle mani degli altri. Sai che molti di noi per stanchezza non vedono il mondo e ancor meno lo sanno riprodurre, sai che camminare in se stessi è come un castigo e non si va lontano. Nessuno ascolta quando si grida da una prigione; nel seno di muri estenuati non si può creare. Tutte queste cose sai: eppure non ce ne vuoi, anzi. Ma altrettanto sai che il più piccolo pertugio ci proietta nella luce, che non occorre gran spazio di primavera per avventare tutta l’estate sulla terra, per aprire mani e ingrandire fronti, per forzare l’avvenire. Tu che conosci i muri più alti (per questo non stai in basso) forse soffri di meno? Non ha forse, come ogni uomo cosciente, sul tuo viso tre rughe austere, una tra le sopracciglia e due, più profonde, dalla radice del naso all’angolo del mento: tre iscrizioni in campo nero incise dalle tue pupille penetranti? Il viso umano ha certe sue impertinenze. Pure i suoi movimenti non stancano il suo scheletro, né lo fanno somigliare alla stella o al frutto della vaniglia: tutt’al più all’orchide scimmia o alla pietra miliare. Lo sai bene tu che disegni volti che restano volti e non volti anonimi, amico mio per cui un viso un uomo una donna restano bravi oggetti. Unicamente perchè noi non dubitassimo. 57