è diverso da B + A e che il tutto è più che la somma delle parti (1); si pensi al modo sdegnoso con cui Tronbetzkoy già parlava dei sostenitori della linguistica storica e della fonetica di tipo neogrammaticale, che egli qualificava come « atomisti e individualisti » (2). Si sa che De Saussure, in una celebre immagine, aveva paragonato la lingua al gioco degli scacchi: « Dall’una e dall’altra parte si è in presenza di un sistema di valori e si assiste alla loro modificazione » (3); nel gioco degli scacchi in effetti, 10 spostamento di una pedina modifica l’equilibrio di tutto il complesso; nello stesso modo, « la lingua non è un conglomerato di elementi eterogenei; è un sistema articolato in cui tutto è collegato, ove tutto è solidale e ove ogni elemento trae il proprio valore dalla sua posizione strutturale » (4). In generale gli strutturalisti, disinteressandosi dei fatti evolutivi si sono risolutamente immersi nella sincronia, ma mentre gli uni restano fedeli a concetti ereditati dalla grammatica generale, altri separano nettamente forma e sostanza, altri ancora spingono l’astrazione così lontano che non si interessano che al sistema, indipendentemente dalla sua manifestazione concreta. Noi ci limiteremo a segnalare qui di seguito, fra le teorie che sono state elaborate in questa corrente di pensiero, quelle che hanno riscosso maggiore eco e che ci sembrano le più degne di interesse. Riallacciandosi alla tradizione antica, 11 danese V. Brondal morto nel 1942) ha tentato di « ritrovare nel linguaggio i concetti della logica, quali sono stati elaborati dalla filosofia da Aristotele fino ai logici moderni » (5), perciò, si è, per esempio, sforzato di spiegare i grandi fatti di struttura morfologica, riconducendo le categorie che ne sono l’espressione a relazioni fondamentali che si ordinano in quadri ben definiti. Partendo dal principio del binarismo funzionale, egli distingueva un negativo e un positivo — termini polari designanti, beninteso, dei contrari qualsiasi — come la coppia singolare e plurale o ancora quella costituita dal passato e dal presente; a cui veniva ad aggiungersi un terzo termine detto neutro o zero che non è negativo nè positivo (così l’indicativo che è una forma amodale, o ancora la terza persona che è definita dal fatto che non è nè la prima nè la seconda); oltre questi tre termini — negativo, positivo e neutro — ce ne sarebbe un quarto, il complesso che è nel contempo negativo e positivo, per e-sempio il duale che è un singolare-plurale, o ancora l’ottativo, modo che riunisce i caratteri del congiuntivo e dell’imperativo (6). Il gioco dei termini così definito permette delle combinazioni multiple in cui Brondal intravedeva la base dei sistemi morfologici. Il rigore logico che ha condotto Brondal a costruire la sua teoria facendone entrare i fatti in quadri prestabiliti di tipo binario ha colpito altri ricercatori; la sintagmatica di Mikus, per esempio, riposa sull’analisi di un enunciato isolato in modo più o meno artificioso per ottenere strutture binarie (7). D’altra parte, R. Jakobson, uno dei padri della fonologia (e se si ritorna alla fonologia, non è per abbandonare lo strutturalismo) e capo della « scuola di Harvard » concepisce le unità distintive del linguaggio come combinazione di tratti in rapporti strettamente binari; così le opposizioni pertinenti reperite nelle lingue del mondo sono ridotte a dodici opposizioni binarie che si ritroverebbero, in numero più o meno elevato, in ogni sistema linguistico (8). Così, al sistema flessibile di Troubetzkoy che distingueva delle opposizioni correlative e disgiuntive, Jakobson oppose un binarismo radicale; ma occorre riconoscere che non si perviene a una tale presentazione dei fatti se non si considerano certi caratteri come essenziali ed indispensabili per la fondazione dello schema e se non si negano altri caratteri in quanto secondari o « ridondanti » (9). Siamo quindi ricondotti al problema primo che si pone al linguista nel suo sforzo di classificazione, quale che sia il piano della sua ricerca; quello della scelta e della misura dei criteri: quali sono i fatti da fissare, come si potrà valutarne l’importanza, con quale metodo si eviterà la arbitrarietà? Rifacciamoci a Martinet: « Occorre ripetere, una volta ancora, che non spetta alla lingua di conformarsi agli schemi dei linguisti, ma a questi di adeguare i loro metodi se questi non ren- 66