so di dipendenze o, per dirla in modo al contempo più esatto, più tecnico e più semplice, un complesso di funzioni »(19); più recentemente egli proponeva la seguente definizione: « è struttura una entità autonoma di dipendenze interne » (20). L’intenzione evidente è di « condurre il sistema della logica formale e quello della lingua a un principio comune che potrebbe avere il nome di sistema sublogico » (21). Non bisogna nascondere il lato pericoloso che offrono tali teorie nè sottovalutare gli errori di giudizio che possono provocare. L’attenzione rivolta al sistema in sè stesso senza riferimento alla sua realizzazione concreta porta a costruzioni astratte che il minimo passo falso nel ragionamento può trasformare in speculazioni artificiose senza alcun rapporto con le basi tangibili delle nostre conoscenze. D’altra parte nel lodevole intento di meglio precisare i suoi punti di vista e di darne un'immagine quanto più fedele possibile, Hjelmslev è stato portato a crearsi una terminologia particolare che dà alle sue ricerche un aspetto ermetico e rende la lettura delle sue opere sconcertante per i non iniziati; la loro comprensione diviene in effetti possibile solo dopo l’assimilazione di tutto un vocabolario esoterico o di termini nuovi, come pleremi e cenemi (i primi sono gli elementi sul piano del contenuto, i secondi sul piano dell’espressione) (22) o ancora funtivo (qualificante i due termini di una funzione), insieme con parole conosciute ma impiegate in senso poco abituale, come funzione, a cui è riservato il senso di « rapporto tra due termini » (cioè tra due funtivi), o ancora relazione (= funzione et), correlazione (= funzione aut), etc. Lo scoglio di tali procedimenti è che rischiano di favorire un certo verbalismo che potrebbe fastidiosamente sostituirsi alle cognizioni acquisite al contatto diretto con i « reali ». Sicuramente, il pericolo è inesistente per un Hjelmslev, che non si è avventurato a formulare punti di vista teoretici sul linguaggio se non dopo averne approfondito i differenti aspetti e dopo esser egli stesso divenuto un maestro della tecnica filologica e linguistica; così Guillaume, quando pone la struttura come immanente alla lingua realizzata e quando definisce il suo metodo come un nesso dell’osservazione del concreto e della riflessione astratta, ha la preoccupazione di specificare che, in tale nesso, l’ultima parola appartiene beninteso alla osservazione », la sola qualificata a decidere in ultima istanza la vera natura delle cose, in quanto il ruolo della riflessione nel rapporto che questa stringe con l’osservazione non è affatto di concludere al posto di quest’ultima ma di guidarla, di renderla più acuta, più penetrante, in una parola, per conferirle una potenza che l’osservazione, lasciata alle sole sue possibilità, non avrebbe » (23). Ma ciò che determina timore — timore che i fatti confermano — è che discepoli troppo zelanti, inconsapevolmente attratti da formule che essi stessi non hanno elaborato nè controllato, non si guardano dal sostituire una riflessione linguistica solida e feconda una caterva di speculazioni puramente artificiose in quanto sprovviste di fondamenti tangibili. Non è senza inquietudine che si sono visti certi linguisti americani parlare di una metalinguistica — o ancora di una esolinguistica — che, occupandosi unicamente delle relazioni, abbandonerebbe la fonetica ai fisici e la semantica ai sociologi (24). Ecco un altro pericolo, ben più reale e grave: in queste costruzioni sistematiche congegnate con il rigore delle teorie logico-matematiche e spesso per mezzo di formule di tipo algebrico, la lingua tende ad essere considerata come un dato, come un in sè staccato dalle contingenze umane (Hjelmslev arriva a pretendere che, essendo la lingua un’entità astratta, il sistema sia indipendente dalla sua concreta manifestazione) (25) e, per un ritorno a concezioni che nel secolo scorso erano in auge e che si sarebbero potute credere scomparse, la linguistica è nuovamente ridotta e assimilata alle scienze naturali ed esatte. Si viene a ragionare o a speculare non più sui fatti e sui diversi aspetti offerti all’osservazione diretta, ma piuttosto sulle deduzioni che si traggono dalla loro esistenza, sugli schemi che si è ritenuto possibile stabilire dal loro rapporto reciproco nel sistema. In altri termini, la linguistica concepita in tal maniera s’allontana singolarmente da quel fatto essenzialmente umano, vivo e mul- 68