SCHEDE di Franco Bassani Rinaldo Salvadori Romano Pacchiarmi “Le Parole,, di J. P. Sartre Milano, 1974 Sartre si spiega sulla propria infanzia e con la propria infanzia; e già un interesse non esiguo è nella natura stessa di questo spiegarsi. Qualunque sia l’intenzione di questa ripresa di sè, e con qualunque interesse ci si accosti a questo testo passibile di analisi da punti di vista differenti, non ultimo quello di una indagine sull'insieme della personalità dell'autore, viene presentata la traccia dell'itinerario percorso dalla coscienza infantile dell’ autore nella ricerca di una giustificazione della propria esistenza, immediatamente vissuta come bisognosa di tale giustificazione. Il ragazzo Sartre che ha bisogno di sentire se stesso come necessario e per questa via giustificato riceve « ragioni » in sovrabbondanza dalla società domestica in cui è accolto; la sua posizione di evidenza e di valorizzazione nella famiglia ne è la prima: « la mia triste condizione imponeva rispetto, costituiva la mia importanza; annoveravo il mio lutto fra le mie virtù » (pag. 18). Appena possibile comincerà a piacere: l’approvazione interessata del nonno, quella intimorita della madre, l’ammirazione indifferente dei conoscenti che frequentano la casa sarà la grazia che continuerà a giustificare questa esistenza che costantemente trae il proprio valore da tale giudizio, « un solo mandato: piacere; tutto per l’apparenza » (pag. 26). Questa società di adulti fallisce in tale ruolo di giudice di gloria e garante di significato perchè si rivela facilmente manovrabile dalle intenzioni di colui che dai suoi verdetti dovrebbe essere salvato; questa società tributa gli onori su comando al solo chiederli ed il suo verdetto non può essere preso sul serio. Costretto a vivere per gli altri ed all’apparizione, si vede sottratta la realtà; « La Commedia mi sottraeva il mondo e gli uomini: non vedevo altro che parti da sostenere e attrezzi di scena » (p. 61). Non basterà più questa cerchia di ascoltatori a proiettare su di lui il valore; l’altro diventerà colui che attende l’opera del protagonista, l’universo molto più vasto di chi ha bisogno della generosità dell’eroe che protegge i deboli e li salva dagli assalitori neH’immaginario. All’idea di eroismo si unisce quella di una missione e di una trascendenza. « Inventai un universo difficile e mortale... mi diedi per ufficio di purgarlo dai suoi mostri » (pag. 81). Ma se si vuole evitare che gli altri che attendono vivano solo di un’attesa immaginaria e che la propria valorizzazione nella loro speranza debba essere inventata e per durare debba cercare nuovi assassini » (p. 81), questo saldo potere giustificante dovrà concentrarsi in qualcuno che si incarichi di porre la situazione in cui si diviene unici e necessari. Di nuovo tuttavia questa missione deve essere ottenuta: « bambino sconosciuto, udivo parlare di una missione pericolosa; andavo a buttarmi ai piedi del re, lo supplicavo di affidarmela... Ma non mi lasciavo ingannare dal mio stratagemma e mi rendevo perfettamente conto che mi ero imposto » (pag. 93). In questa ricerca di un senso unico di sè che deve sempre compiersi sotto lo sguardo di qualcuno, non c’è possibilità di sosta perchè nel momento stesso in cui la condizione di eletto si instaura, la esistenza e l’universo cui si mette capo si rivelano come falsi, ed inconsistente un senso che venga dato da un’altra coscienza. Immaginaria e fittizia questa salvezza offerta dagli altri, potrebbe restare una verità solitaria, individuale; ma l’intero ambiente del giovane Sartre è immaginario, « soggettiva » la sua società di adulti, « ideale » la loro consistenza così maneggevole; è un universo che fa blocco con quello del suo fantasticare. « Condu- 74