Per il secondo brano, « Stile liberty », il solito dicitore invitava il pubblico a cambiare di posto poiché la rappresentazione continuava all’altro lato della sala. Spintoni a non finire per lasciare passare gli attori, muniti di alcuni bassi leggii di legno dorato. Sui quali venivano posti dei fogli che essi iniziavano a leggere, prima uno, poi un altro e un altro ancora e infine tutti assieme in italiano, in tedesco, in francese. E non si può negare che questo bailamme di voci talora brusio, talora vociare su cui sorgeva di tanto in tanto una voce squillante che veniva poi sommersa da altre in un continuo gioco di dissolvenze sonore, non si può negare dico, che avesse un suo certo fascino. Ma non credete che basti infilare la testa in un qualsiasi locale pubblico affollato per avere gli stessi effetti e poi... e poi ci siamo scordati delle lunghe sequenze della Borsa nel famoso film di Antonioni? Il terzo brano, « Eventualità », riportava la piccola « troupe » sul lato sinistro della sala. Esso consisteva in una sorta di processo con tanto di toghe in cui si discuteva laconicamente della sorte di un invisibile imputato sulla scorta di centinaia di articoli, decreti, norme, disposizioni, precetti e relativi omissis attinti da centinaia di codici che, passando dalle mani di un giudice a quelle del presidente e da questi a quelle del secondo giudice, finivano infine deposti ai piedi di una forca già approntata confermante l’impressione di una pena aprioristica. Il giudizio a mio avviso non può essere positivo neppure in questo caso, potendosene trarre conclusioni molteplici e contrastanti, dall’ineluttabilità del destino all’umana ingiustizia e altre ancora. E in fondo anche qui non si è detto nulla di nuovo. Dulcis in fundo, l’ultimo pezzo consisteva in un ricordo del pittore Piero Manzoni scomparso qualche anno fa, che alcuni amici, muniti di una traballante baracchetta a passo normale azionata a mano, ci hanno offerto proiettando un paio di brevi sequenze girate nello studio del giovane pittore probabilmente non molto tempo prima della prematura morte che di certo egli non presentiva, a giudicare dalle sorridenti immagini mostrateci. Il programma della seconda serata che per ovvie ragioni descriverò succintamente, comprendeva parecchi brani di autori diversi, brani che non sono in grado di stabilire se eseguiti tutti o in parte poiché filavano via l’uno dietro l’altro senza soluzione di continuità. In questa serata ci si è avvicinati assai di più all’« Happening », movimento sorto un paio d’anni orsono in America e giunto in Italia, come tutte le mode intellettuali, quando nel paese d’origine era già morto. Ho detto che ci si è avvicinati perchè 1'« Happening » vero è congegnato in modo da interessare gli spettatori se non altro sottoponendoli a shock visivi e auditivi nell’intento di suscitare sensazioni allo stato puro. Oppure li si costringe a prendere parte al gioco coinvongen-doli fisicamente nella azione. Shock qui non ve ne sono stati ed essendo eseguiti brani ancora più freddi e informali di quelli della prima serata, erano accolti dal pubblico con molto scetticismo, non poca noia e parecchi risolini non sempre soffocati. Il che peraltro conferma ancora una volta che gli italiani saranno magari un po’ maleducati, ma non mancano certo di buon senso. Anche questa volta le esecuzioni terminavano con una proiezione. Passo ridotto e proiettore automatico di buona luminosità. « Un film » di Achille Perilli si rivelava fin dalle prime inquadrature una cosetta piuttosto ben congegnata, in cui giochi di luci sfocate, visioni di movimento e una deliziosa figura femminile entro paesaggi sognanti creavano piacevolissime composizioni surreali. Dato per scontato che per me un’opera d’arte, quale essa sia, non si può e non si deve giudicare solo con il cervello, ma soprattutto con il cuore, le rappresentazioni in oggetto mi hanno lasciato assai perplesso e non ne ho ricavato altro che una magra e ovvia conclusione: tra il teatro tradizionale, anche il più moderno, e questi giovani c’è un abisso incolmabile, tanto che non è possibile trovare punti di contatto, né stabilire alcun colloquio. Ed è ciò che essi vogliono a ogni costo: sulla base di un dogmatismo assolutistico pretendono di sfuggire da qualsiasi classificazione, sia essa « Teatro di rottura » che « Happening » o altro. Questi giovani di profonda cultura e di indubbia intelligenza hanno il torto di 78