Agostino Pirella AVANGUARDIA, ATTENTI A DESTRA Ci sono modi diversi di reagire al dibattito in corso sulla cultura e sulla letteratura. Tra gli altri quello del silenzio, che alcuni di noi attuano con ostinatezza (basti pensare a Scalia, a Bonfiglioli) in attesa di produrre i risultati di un lavoro di penetrazione e di « comprensione » condotto con gli strumenti più interdisciplinari e, se si vuole, più rigorosamente « marxiani » (1). O quello, del tutto opposto, di distribuire tanti bei diplomi di maturità, cercando, se possibile, di leggere e di capire un po’ tutti, senza scandalizzarsi e senza parteggiare troppo, perchè ognuno ha la sua dignità e, a suo modo, è « meritevole di attenzione ». Credo di dover seguire un modo diverso, oggi stimolato dalla caduta di una certa « finzione » di fair play, quella finzione che aveva visto le più ardite alleanze che immaginar si potessero durare al di là di ogni ragionevole previsione, e sopravvivere allo scoperto di fronte ai più atroci pettegolezzi. (Citando a caso — e male —: l’asse Pietro Bianchi-Arbasino - Paragone, la solidarietà Paragone ■ Bertolucci, con tutti i parmensi fino a Palatina; il sodalizio Moravia-Pasolini, lo scambio Officina-Paragone, con Leonetti che trasmigra, e così via). Oggi è necessario anzitutto partire dal fatto, in certa misura nuovo, che è in atto la prima importante operazione letteraria del dopoguerra sulla base di una aperta contrapposizione polemica. Tutti ricordano il rumore sollevato dai « cattivi » del Gruppo 63 che, cominciando a parlare di « Liala degli anni ’60 » e tirando fuori nomi e cognomi cercarono di porre la propria candidatura alla direzione della produzione letteraria. Certo, la cosa non può dirsi improvvisata (2). Si può datare proprio nel ’60 — l’anno dei fatti di luglio! — il progressivo irrobustirsi di alcune voci, timide negli anni precedenti, che si raccolgono nella rivista II Verri (nata nel ’56 ma vittima fino ad alora di vicissitudini editoriali), che si affermano in antologie (tipicamente « I novissimi »), o che emergono come esperienze originali (Sanguinai, Pignotti, anche Pagliarani, dopo l’esperienza antologica). In Sanguineti forse la « finzione » continua » ( 3 ), con qualche punta di estremismo metodologico, ma con un acuto senso della mediazione critica. Basti vedere lo sforzo unitario che compie all’interno del Gruppo. Di Pignotti invece si devono leggere, oltre alle dichiarazioni in questo fascicolo del Portico, le recentissime violenze contro Pasolini (in Rinascita n. 16). Il Verri è ora un importante centro di elaborazione, ma si propone più come target-symbol, come « bersaglio », anche se appare abbastanza risucchiato dall’editore che lo stampa. Cosa accade? Valerio Riva, che può parlare per bocca, appunto, dell’editore, dice delle cose giustissime. Sottolinea cioè il dato commerciale (ma commercialmente entusiasmante ed onesto) di tutta la vicenda. Se la cosa continua così, i libri si vendono (4). C’è, alla base, un diffuso orgasmo pubblicitario che collega le esigenze editoriali con le pulsioni narcisistiche dello scrittore. Pignotti dice addirittura che Pasolini funziona come un eroe da western, e si pone come un « personaggio ». 3